La Caduta – Gli ultimi giorni di Hitler

Der Untergang – Germania/Austria/Italia 2004 – di Oliver Hirschbiegel

Biografico/Drammatico/Storico – 156′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: raiplay.it)

La storia riprende gli ultimi dodici giorni di vita di Adolf Hitler, a partire dal giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, il 20 aprile1945 fino al suicidio nel bunker di Berlino durante l’ultima battaglia. Hitler, nella sua pazzia, fa cadere la Germania in uno spaventoso deficit sia nell’esercito che nelle sue risorse. I consiglieri del Führer, i più saggi e con maggiore esperienza di altri, gli suggeriscono le migliori mosse, ma Hitler le rifiuta e dà ordini inutili e impossibili da realizzare.

Una caduta lenta, dissennata e fragorosa, come poche altre nella storia dell’umanità. Quando si fa un film su Hitler si può stare tranquilli sul fatto che una certa pubblicità scandita dalle ovvie polemiche del caso ci sarà. Un po’ come per i film su Gesù, se mi passate il paragone provocatorio. Tanto diavolo il primo quanto acqua santa il secondo. Entrambi intoccabili nei loro ruoli, cosicchè quando si cerca di umanizzarli o smitizzarli subito arriva l’esercito degli ignoranti provocatori pronti a denunciare ogni sciocchezza che gli passa per la testa in quel momento.

Tutto questo perché Hitler deve restare un demonio e non può essere ricondotto alla sua categoria di essere umano, dotato di sentimenti e azioni che lo accomunano alla totalità del genere umano. Non si capisce il motivo per cui si possa umanizzare (con ottimi risultati) fino all’estremo un personaggio come Che Guevara (come ha fatto Soderbergh recentemente) e non uno come Hitler. In fondo mica si dice che sia stato un brav’uomo, solo che oltre ad essere un mostro è stato un uomo, e non un demonio salito dagli inferi.

Appare anzi opportuno ricordare che i veri orrori molto spesso si nascondono dietro le buone maniere di un vecchietto anziano ben vestito e profumato, in grado di apprezzare il cibo buono, il lusso e dalle parole buone per tutti. Un nazista, e Hitler in prima persona sapeva essere estremamente gentile e attaccato al popolo, se questo accettava certe piccole condizioni (cosette come il completo asservimento di quest’ultimo al principio di autorità e al culto della personalità). L’opera di Hirschbiegel dovrebbe far riflettere su ciò, sulla fallacità dell’apparente umanità, dietro cui molto spesso si nascondono i delitti più atroci. Ieri i campi di concentramento per gli ebrei, oggi le invisibili manovre economiche della globalizzazione con cui si portano alla fame e allo sfruttamento milioni di persone.

Ovviamente questa focalizzazione sulle debolezze di un uomo creduto inossidabile come Hitler mette in rilievo tutta la bravura di Bruno Ganz, uno che certo non scopriamo oggi (lo ricordiamo nel Nosferatu herzoghiano, nei frequenti film con Wenders, tra cui spicca Il cielo sopra Berlino e perfino nel piccolo gioiellino nostrano di Soldini: Pane e Tulipani), ma che forse raggiunge qui l’apice di una carriera, entrando talmente fisicamente nel personaggio da riuscire a offrire ogni piccolo dettaglio realistico (il tic della mano destra in perenne tremito ad esempio).

La lunghezza dell’opera (150 minuti) è forse un punto di debolezza che rallenta eccessivamente il ritmo narrativo, soffermandosi su una serie di dettagli talvolta esageratamente superflui. Interessante è però la scelta di proseguire lo sguardo fino a ben oltre la morte di Hitler, analizzando con perfetto taglio socio-psicologico le reazioni della cerchia ristretta di potere orfana del suo Fuhrer. Emergono allora nettamente le follie individuali e collettive di un popolo che mostrava di aver subito un perfetto lavaggio del cervello, di modo che una volta perso il suo carismatico leader-messia, non ha più avuto ragione di vivere.

Alla schiera dei fedeli oltranzisti-fanatici si contrappone quella dei tedeschi che non hanno mai voluto perdere l’uso della ragione, o che lo hanno ritrovato svegliati bruscamente dalle bombe, dalla devastazione e dall’irrazionalità di un contesto sempre più grottesco e assurdo. È la storia del bambino biondo che dopo aver distrutto due panzer sovietici torna a casa e infine scappa dalla città assieme all’ex segretaria personale di Hitler, quella Traudl Junge (Alexandra Maria Lara) che anche nella realtà sopravvisse e trovò modo di pentirsi, permettendo poi con la sua testimonianza di ricostruire gli ultimi giorni del famoso bunker prima della disfatta completa.

Sono loro la speranza di un paese che dovrà rinascere dalle macerie create dal fanatismo di massa. Un fanatismo che porta una madre ad uccidere personalmente i propri cinque figli per evitare che possano vivere in un mondo privato del nazionalsocialismo. Un fanatismo che mette in evidenza la sottile differenza che separa un sogno ideologico da un orrore, qualora si perda il contatto con la realtà e la ragione.

Voto: 7

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