Sulla difficoltà dei rapporti interpersonali

Immagine tratta da Le bonheur – Il verde prato dell’amore di Agnes Varda

Riflessioni di Francesco Carabelli

Molto spesso i rapporti interpersonali vengono vissuti come rapporti di forza, in cui una delle parti esercita il suo peso ed influsso sull’altra, certo che quest’ultima non si ribellerà ma coscientemente giocherà la sua parte, cercando di evitare un conflitto.

E’ su questa scommessa che si giocano molti rapporti di lavoro e purtroppo anche molte relazioni amorose.

La maggior tutela della donna, dei suoi diritti e delle sue esigenze in primis in campo lavorativo, ha portato certamente a mettere in subbuglio i normali rapporti di forza all’interno della coppia tradizionale in cui era l’uomo a portare i pantaloni.

Certo la donna si è emancipata, ha dimostrato di saper vivere senza l’uomo, di poter educare i figli a prescindere dalle capacità del marito e dal suo rispetto.

L’uomo ha perso la sua centralità all’interno della coppia ed è diventato oggetto di scherno da parte della donna emancipata che vede in lui solo un ostacolo alla sua piena realizzazione. Prestarsi alla parte della brava mogliettina e della massaia non è più una prerogativa della donna contemporanea che preferisce vivere sola e fare una vita indipendente priva di ogni legame a lungo termine, che non sia di mera amicizia o di mero divertimento.

L’uomo libertino ha lasciato il posto alla donna emancipata che ha raggiunto così l’obiettivo di non cadere nello stereotipo della buona moglie o della buona madre dedita alla famiglia, al marito e ai figli.

Certo l’opulenza in cui viviamo oggi, permette a molti di vivere da single, lontani da qualunque legame familiare duraturo. Viviamo sicuri dell’oggi, della nostra libertà e della possibilità dataci comunque dalla scienza di vivere una lunga vita lontana da malanni e fatiche familiari.

Ma al di là della mera attuabilità di questo comportamento di vita, mi chiedo se sia davvero etico, e lo dico non nei termini di un’etica cristiana, della quale qualcuno potrebbe incolparmi di essere succube, me lo chiedo come individuo razionale dotato di senso critico.

Se ognuno si nascondesse e si riparasse all’infinito crogiolandosi nel suo benessere attuale, quale futuro ci sarebbe per la società? Certo mi direte esiste l’inseminazione artificiale e l’utero in affitto anche se non sono permessi teoricamente dalla nostra legislazione per le donne single, ma voi riuscireste ad immaginare una società intera di uomini a cui manca la vita in una famiglia con un padre e una madre e che si trovano a fare i conti con l’età adulta? Certo, le donne madri sono sempre esistite, ma un conto è lasciare che la donna decida di non vivere con chi magari le ha fatto un torto, un conto è decidere fin dal principio che quel bambino non avrà un padre, perché ne avrà solo uno biologico dal quale erediterà i tratti somatici e problemi legati al dna di cui sarà portatore (malattie etc), ma non un padre che farà la funzione di educatore e che indirizzerà e consiglierà il bimbo nella sua vita fin dalla più tenera età.

Tanto più che in età adulta si scontrerà con il problema di sapere se quel donatore ha altri figli e chi sono perché potrebbe ritrovarsi innamorato di un suo fratello o di una sua sorella (come facciamo a sapere quanta gente quel donatore ha aiutato nel progetto diciamo egoistico di maternità).

Allora questo discorso ipotetico e teorico mi porta a riflettere sulla consistenza dei rapporti uomo donna e su come si siano così deteriorati nel tempo sotto la spinta dei più diversi motivi (economici, culturali, sociali, religiosi) tanto da vedere come via di fuga risolutiva la maternità surrogata o la maternità da single.

Certo i rapporti, lo sappiamo tutti, sono difficili, perché antropologicamente uomo e donna sono differenti e lo sono biologicamente, checché poi se ne dica, ma io credo che una risposta diversa possa essere data ponendosi degli obiettivi comuni: sto con te perché ti stimo, ma anche perché il nostro stare assieme ci permette di avere degli obiettivi comuni come una casa di proprietà, dei figli, la passione comune per varie attività sportive o di divertimento. Andando oltre sto con te perché davanti a Dio ho scelto di esserti fedele e voglio essere coerente con questa scelta e con questa promessa, nonostante le difficoltà e le tentazioni di ogni giorno. Certo se tutti avessimo una fede più salda vedremmo nelle difficoltà che colpiscono la coppia un modo per rinsaldarci nella nostra fiducia reciproca e per donarci ancora di più.

Ma le coppie al giorno d’oggi guardano probabilmente più al lato materiale dello stare assieme, ai vincoli alla libertà, ai sacrifici che il vivere con l’altro comporta e impauriti da tutte queste difficoltà preferiscono godere del momento di felicità del compagno o della compagna occasionale e non prendere sul serio quella relazione.

Vi è la presunzione che i nostri diritti e i nostri voleri vengano prima dell’equilibrio della coppia. Se il partner non rispetta i nostri tempi e i nostri desiderata diventa un elemento di disturbo per l’esaudirsi delle nostre speranze e delle nostre volontà. Tanto meglio scaricarlo alla prima occasione, sperando che non inizi una situazione di conflitto che vada al di là del puro litigio verbale.

Manca in tanti giovani questa voglia di limare sé stessi per il bene di qualcosa di comune, molto meglio vivere sereni lontani dal sacrificio quotidiano del donarsi all’altro.

Ed è qui che dovrebbe intervenire l’educazione, quella che una volta nella catechesi si chiamava educazione all’affettività, perché molto spesso queste giovani coppie sono mature solo dal punto di vista biologico, ma non da quello affettivo perché non si sono messe alla prova, non si sono date obiettivi comuni che vadano oltre il puro divertimento affettivo e si ritrovano poi in balia degli ormoni invece che delle loro capacità riflessive e interpretative. E il risultato finale è che passata la passione, queste relazioni si svuotano, si sgonfiano e si accende il lato conflittuale perché siamo dimentichi della promessa fatta davanti alla legge o a Dio di rispetto e aiuto reciproco, nonostante le variate condizioni economiche o di salute.

Ma ripartire dall’educazione vuol dire scommettere su una formazione tout court che non deve essere solo un insegnare a leggere e far di conto, ma un insegnare e ragionare e soprattutto a gestire le nostre emozioni e i nostri affetti senza farsi sopraffare da questi. Cercare di guardare oltre e dare un senso alla nostra sofferenza e alla nostra debolezza attuale in ragione di un bene più grande quale la stabilità della coppia o la felicità dei figli o dei nipoti. Ben consci che questo comporta mettere in discussione le nostre priorità a partire dalla vita di tutti i giorni.

Quello che mi fa paura come uomo e lo dico anche come single è che le donne vengano meno alla loro parte femminile di accoglienza e di comprensione in ragione di una superiorità intellettuale teorica o pratica e rinuncino così a mettersi in gioco solo perché non vogliono avere il giogo di una famiglia o l’ingombrante peso di un marito.

E’ giusto tutelare i diritti dei singoli e delle donne in particolare, ma andrebbe anche tutelata e conservata la realtà della famiglia come strumento di crescita personale degli individui attraverso il superamento degli egoismi individuali in ragione di un bene superiore che non è quantificabile, perché non è un oggetto materiale, ma è un ideale, un’idea reale, che vive nella realtà, formandola e plasmandola.

 

 

 

 

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