La battaglia dei tre regni

Chi Bi – Cina/Hong Kong/Giappone/Taiwan/Corea del Sud/Stati Uniti 2009 – di John Woo

Azione/Avventura/Drammatico – 288′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: Eagle Pictures)

Anno 208: sono i giorni finali della dominazione della dinastia Han. Il primo ministro Cao Cao convince l’imperatore che l’unico modo per riunire tutta la Cina è dichiarare guerra ai regni confinanti di Shu e di Wu dell’Est: parte così una campagna militare d’inedite proporzioni, condotta dallo stesso Cao Cao. Per contrastare le forze che li stringono sotto assedio, i due regni attaccati decidono di stringere un’alleanza. Sarà l’inizio di una guerra combattuta per terra e sulle acque del fiume Yangtze, che culminerà nella Battaglia delle Scogliere Rosse, il cui andamento segnerà tutta la storia della Cina a venire. La battaglia dei Tre Regni è il film che segna il ritorno produttivo di John Woo in Cina da quando aveva abbandonato la natia Hong Kong alla fine degli anni Novanta.

Che John Woo abbia sbaraccato da Hollywood per tornare in patria è già in sé una notizia non da poco. Ma che l’abbia fatto per andare a dirigere un kolossal storico-militare da 80 milioni di dollari è un dato che sorprende non poco conoscendo il regista cinese ricordato per film d’azione come Face/Off e Mission Impossible 2. Il film è una coproduzione che vede partecipare Cina, Hong Kong, Taiwan, Corea, Giappone. L’Asia che conta insomma, per rievocare un evento storico (una colossale battaglia avvenuta nel 208) ampiamente noto per essere stato raccontato in un romanzo di grande diffusione circa sette secoli dopo.

Godendo dell’ampio budget Woo sforna un prodotto esplosivo, sfoderando un ampio ventaglio di costruzioni, costumi e scenografie altamente spettacolari, mostrando di aver ben appreso soprattutto la lezione di Zhang Yimou (Hero, La foresta dei pugnali volanti, La città proibita). Il referente più vicino però sembra essere paradossalmente Le Due Torri, secondo film della trilogia Il Signore degli Anelli: uguale infatti la struttura tutta tesa a rappresentare l’evento bellico in tutta la sua completezza, tra grandiose parate militari e schiere immense di flotte ed eserciti schierati. Stessa dimensione di una battaglia apparentemente persa in partenza per la sproporzione delle forze in campo, in parte stesso colpo di scena finale con la sorpresa dell’arrivo di un esercito creduto ormai lontano.

Le ovvie differenze storiche, culturali e geografiche vengono però aumentate da altri elementi: innanzitutto il maggiore taglio autoriale di John Woo, che non si risparmia alcuni zoom improvvisi così classici di un certo cinema cinese. La filosofia di fondo dell’opera è poi la vera protagonista, tutta tesa a mettere in rilievo quanto la conoscenza e la saggezza siano le vere armi per distruggere il proprio nemico (qualunque esso sia). Non per niente la chiave di volta per risolvere la situazione sarà la capacità di capire i mutamenti del tempo atmosferico, dote derivata da un legame non solo scientifico ma quasi mistico con la natura. I paesaggi e le scenografie sono particolarmente (e insolitamente verrebbe da dire) curati da Woo, che facendo sua questa concezione millenaria di dominio sulla natura (profondamente radicata nella filosofia cinese ben prima che noi godessimo dei vari Galileo e Bacone) pare trasformarsi nell’anti-Herzog per eccellenza.

Il carattere per molti versi riflessivo e culturale dell’opera tende però a volte ad una troppo enfatizzata attenzione per il sentimentale e il passionale, mentre contemporaneamente pare di notare anche una poco approfondita analisi psicologica dei personaggi, un po’ troppo definiti e fissi nella loro eroica staticità e fermezza. Manca inoltre un numero qualitativamente degno di anti-eroi da contrapporre alla schiera dei generali valorosi tra cui spiccano due star del cinema asiatico: Takeshi Kaneshiro e Tony Leung rispettivamente nei panni dello stratega Zhuge Liang e del vicerè Zhou Yu.

Il primo ministro Cao Cao (Zhang Fengyi) è infatti sì ben costruito nel spietato cinismo ma affiancargli un paio di generali davvero degni di nota non avrebbe certo guastato per dare maggiore pepe ad un finale in effetti un po’ troppo scontato e lineare. L’impressione che vi sia un po’ troppa moderazione emerge anche dalle scene di guerra che nella loro formale perfezione cronachistica sembrano perdere quell’alone di brio e vivacità che dovrebbero mantenere. Siamo lontani insomma da ricostruzioni assai più dinamiche del cinema di guerra, come recentemente sono riusciti a fare (pur con le dovute enormi differenze del caso) registi come Clint Eastwood (Lettere da Iwo Jima) e Zack Snyder(300).

È difficile però definire bene questa sensazione: quasi una perfezione eccessiva nella sua raffinatezza ed eleganza, che emerge nelle fasi della battaglia quando Woo decide di far vedere solo in minima parte gli orrori della guerra, scegliendo di concentrare lo sguardo sull’azione gloriosa degli eroi e al limite sulle splendide panoramiche dall’alto a precisare le complesse strategie militari (memorabile la scena della battaglia a testuggine). Viene insomma a mancare un po’ di cruda realtà, mentre si fanno largo elementi quasi fiabeschi (la raccolta delle frecce) e artistici (incantevole gli scambi musicali con proto-chitarre quasi elettriche). Nonostante tutto rimane un’opera imponente di facile presa per ogni tipo di pubblico (il che non è poco), anche se è un peccato sapere che l’edizione extra-asiatica del film sia stata tagliata di oltre un’ora e mezza (il film distribuito in Asia dura 4 ore).

 

Voto: 7

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