Gli Amici del Bar Margherita

Gli amici del Bar Margherita – Italia 2009 – di Pupi Avati

Commedia/Drammatico/Romantico – 90′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Fa un effetto decisamente strano l’ultima opera di Pupi Avati, uno che nella sua lunga carriera pare destinato, nel bene e nel male, a stupire pubblico e critica. Fa un effetto strano perché a prima vista appare un prodotto interessante, apparentemente ben congegnato: una commedia gradevole e scorrevole che poggia su un buon tasso di humour popolare alla Amici miei, unito ad una certa eleganza classica nella narrazione cinematografica, nel tentativo di tracciare un affresco lucido e realistico dell’Italietta popolare e schietta del secondo dopoguerra. Il tutto fatto da Avati con uno stile misurato e pacato, senza virtuosismi eccessivi ma mostrando di conoscere sapientemente il mestiere, da buon artigiano quale egli è.

Eppure andando più a fondo e cercando di analizzare il film emerge un certo alone ombroso, una certa aria fastidiosa e melensa, come quando rientri in una macchina lasciata chiusa per molto mesi e senti un certo odore di stantio e di marcio. Non è però soltanto il brusio di una vocina che ti domanda il senso di questa immersione nei grigi anni ’50, c’è qualcosa di più.

In fondo anche Il papà di Giovanna poteva essere inteso come un viaggio nel ventennio fascista un po’ inutile, vista la predominanza di tematiche psicologiche e familiari. È proprio un ribrezzo morale quello che emerge dalla visione de Gli Amici del Bar Margherita. Morale e anche un po’ (mi spiace dirlo) aristocratico, o snobistico. Già perché a pensarci bene il film lungi dall’essere una semplice commedia ha tutte le caratteristiche del cinema grottesco di una volta, quello che Risi (con I Mostri) e Ferreri hanno portato alle vette negli strepitosi anni ’60 del cinema nostrano.

I personaggi scolpiti da Avati infatti sono degni di essere elencati tra i peggiori “casi umani” della società dell’epoca, oppure sono particolarmente immeritevoli grazie ad una condotta morale sgraziata. I peggiori vizi della società sono rappresentati negli appartenenti alla “setta” del bar margherita: puttanieri, truffatori, maschilisti, qualunquisti, affaristi spietati, ninfomani, debitori, ladri, ipocriti, superficiali, avari e via dicendo. Da questa marmaglia escono le azioni più riprovevoli, incapaci di tenere a mente la pur minima compassione e pietà per chi non appartenga alla setta.

L’unica cosa che conta sono le nove regole elencate all’inizio della narrazione dal protagonista (nonché voce narrante) Taddeo, un ragazzino che per entrare nel clan affitta a credito una macchina per tutte le sere di un anno, vive al servizio del magnaccia Al (Abatantuomo), nasconde la morte del nonno nella speranza di una palpatina alla ragazza amata, rinuncia di fatto a vivere una propria vita normale.

In tutto questo bailamme emerge la più vistosa lacuna: il lavoro. Praticamente non esiste, o è ridotto al minimo. I personaggi che si affannano nelle loro vicende vivono in una dimensione quasi astratta e metafisica in cui si va avanti di espedienti, giocate d’azzardo, furtarelli e qualche sogno di facile successo. È il ritratto dell’italiano turpe, mediocre, sempre pronto a fregare il prossimo e a fare prima di tutto i propri interessi. Quello che deve ficcare il naso nei fatti degli altri invece di coltivare il proprio giardino carico di erbacce. Quello che ritocca il modulo delle tasse e poi strepita contro gli evasori, che se ne fotte delle messe e poi chiede l’estrema unzione, che non sa un cazzo di politica e insulta indifferentemente democristiani e comunisti. È l’italiano facinoroso che passa le serate al bar giocando a biliardo. L’italiano che con i suoi cafoni modi di fare attrae inevitabilmente la gioventù innocente, condannandola allo stesso triste destino.

È curioso come proprio quest’anno sia uscito I Mostri oggi. Non credo che tale film possa reggere il confronto con una siffatta galleria degli orrori creata da Avati. C’è però un dato che mi preoccupa notevolmente e mi induce a stroncare senza pietà il film: è l’impressione fondata che di tutta questa analisi Pupi Avati non ne sia neanche cosciente.

Un film grottesco infatti dovrebbe riuscire a far emergere nettamente la condizione di straniamento che viene evocata. In un certo senso il grottesco è un tipo di umorismo evidentemente macabro e malsano che balza subito all’occhio. Il suo fine quindi è sempre di denuncia. Qui invece di denuncia non vi è traccia. Laddove si potrebbe facilmente evocare un certo sdegno (come nel già citato episodio in cui il protagonista richiude la porta della stanza in cui il nonno giace morto, facendo finta che niente sia successo) non rimane in realtà altro che un flebile sussurro di protesta, subito zittito dalla voce narrante del protagonista, che lungi dal compiere una riflessione etica riconduce l’evento alle possibilità che gli spalanca per riallacciare i contatti con il clan del Margherita.

In un certo senso c’è una malattia, un morbo che corre per tutto il film, ma che resta solo minimamente visibile allo spettatore. L’impressione è infatti che Avati non volesse affatto denunciare questo degrado morale bensì enfatizzare il clima cameratesco e cordiale tra un gruppo di amici, descrivendone con bonarietà e paternalismo le imprese di sicuro gusto spettacolare. È la svendita dell’etica per la sagra del porcile. E il finale così smaccatamente dolciastro e nostalgico sembra togliere ogni dubbio sul fine ultimo di Avati: non educare bensì spettacolarizzare il vizio strizzandogli l’occhio. Non propriamente un fine lodevole…

Voto: 5

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