Una gita in Valle d’Aosta

La Dora Baltea all’ingresso della Valle D’Aosta -foto scattata dal Forte di Bard (AO) – (per gentile concessione del Dott. Ing. Matteo Pivotto)

Scritto da Francesco Carabelli (introduzione) e Guido Caironi (escursioni)

I miei primi ricordi legati a questa regione vanno indietro di 35 anni circa.

Si era soliti in inverno andare con l’oratorio sulle nevi della Valle d’Aosta per trascorrere qualche ora di divertimento con gli slittini e i bob.

Si andava a Courmayeur, a Cervinia, a Champoluc, a La Thuile, a seconda degli anni e dell’innevamento. Qualche volta i pullman andavano in panne per le basse temperatura e la molta neve e così si era costretti a fermarsi prima dell’arrivo e a fare delle passeggiate sulla neve per arrivare o avvicinarsi alla meta.

Sicuramente l’economia della regione si basa sulla risorsa neve come punto di partenza per le varie pratiche sportive invernali e quindi per il turismo che ne consegue: sci, sci di fondo, ciaspolate, trekking invernale, sono tutte attività che si possono praticare in questa regione.

Monte Bianco visto dalla Val Ferret

                                                                 Il Monte Bianco visto dalla Val Ferret 

Ma la regione offre molto anche in estate, sia dal punto di vista naturalistico (con i grandi parchi come Il Parco Nazionale del Gran Paradiso, primo parco nazionale ad esser stato istituito negli anni ’20 del ‘900), che da quello culturale e architettonico.

Ricordo di essere andato in Valle d’Aosta, anni più tardi, per una gita scolastica negli anni del liceo.

Ci portarono in città, ad Aosta, una bella cittadina con una lunga storia risalente ai tempi dei romani. Venne infatti fondata con il nome di Augusta Pretoria e molte sono le vestigia che parlano di questa lunga storia, come l’arco di Augusto e la Porta Pretoria. Ad Aosta si respira già l’aria di montagna, anche se la città è posta in valle, così come accade per molte città alpine, come ad esempio Bolzano o Trento.

Oggi Aosta, oltre ad esser capoluogo di regione, può vantare anche una propria università.

Forse il periodo di lockdown ha giovato a questa piccola regione, invogliando gli italiani a trascorrere le loro ferie in Italia e a riscoprire le montagne aostane, che negli anni precedenti questa crisi sanitaria, avevano visto un calo di presenze e in genere uno spopolamento, anche in termini di abitanti, sempre più accentuato a favore del vicino Piemonte e in particolare della vicina e comoda Torino. Penso qui in particolare ai tanti giovani valdostani con una buona formazione, alla ricerca di un lavoro adeguatamente pagato.

La Valle d’Aosta negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale rischiò di diventare un territorio francese di oltralpe, in quanto la Francia, facendo leva sul comune uso del dialetto (patois) di origine francese, avrebbe voluto incorporare tra i suoi territori questo lembo d’Italia, ma alla fine non ci riuscì. Riuscì invece ad acquisire alcuni territori precedentemente piemontesi, ad esempio nella zona del Colle di Tenda in provincia di Cuneo.

Effettivamente ci sono in Valle d’Aosta due regioni linguistiche: quella francese, maggioritaria, che usa correntemente il patois e una walser localizzata nella valle di Gressoney, che risente delle origini alemanne di queste popolazioni che varcarono le alpi alla ricerca di nuovi territori da colonizzare. La più orientale valle di Gressoney è quindi più vicina per costumi, lingua ed usi alla cultura svizzero-germanica.

Parlando di Valle d’Aosta non si può non parlare dei tanti castelli che dominano e proteggono le varie valli che compongono il territorio, fin dal Medioevo e non si può non parlare dei valichi alpini verso la Francia e la Svizzera e delle relative gallerie (Traforo del Monte Bianco, Traforo del Gran San Bernardo, Colle del Gran San Bernardo, Colle del Piccolo san Bernardo, etc..)

Mi piace citare qui il forte di Bard, all’entrata della valle principale che conduce ad Aosta, forte di massiccia costruzione, che contiene diversi musei su temi storici e naturalistici e che è diventato importante punto di riferimento per la didattica scolastica.

Ma parlare di Val d’Aosta significa anche parlare di prodotti tipici come la Fontina, che può contare su una nutrita filiera di produttori in alpeggio, e il Genepy, di cui ricordo di aver visitato una delle tante distillerie presenti in valle. Una delle più rinomate è sicuramente la Ottoz, ma ce ne sono molte altre, anche a conduzione strettamente familiare.

Ci sono inoltre anche molti altri prodotti enogastronomici di pregio, cito ad esempio il sanguinaccio valdostano, detto Boudin, prodotto tra l’altro con le patate e le barbabietole rosse, oltre che con il lardo e il sangue di maiale. Altro prodotto pregiato è appunto il lardo di Arnad che vede una particolare produzione e ha una propria filiera autonoma e può sicuramente rivaleggiare per qualità e bontà con il lardo di Colonnata.

Parlare di Valle d’Aosta significa anche parlare di terme, in particolare di turismo termale alle Terme di Pré Saint Didier, che possono essere paragonate per importanza, ma sicuramente le superano per numero di visitatori, alle terme di Premia, a noi più vicine, o ai bagni di Bormio.

Il popolo valdostano è molto attaccato alle tradizioni locali e così si svolgono durante l’anno molte fiere che hanno una tradizione centenaria, ad esempio le fiere di Sant’Orso a Donnas e ad Aosta che si svolgono alla fine di gennaio su più giorni e che coinvolgono produttori locali di prodotti enogastronomici e di prodotti di artigianato, in particolare tutti i prodotti legati alla lavorazione del legno, quali ad esempio le grolle, i cesti o i sandali (sabot).

Lascio ora la parola al nostro Guido Caironi, guida esperta di queste zone, caratterizzate dalle molte alte vette alpine, tra le più alte in Europa, tra cui il Monte Bianco, il Monte Rosa, il Cervino e il Gran Paradiso, che ci proporrà due diverse escursioni, in ragione dell’ampia proposta di percorsi escursionistici presenti nella regione.

L’Hochlicht

(foto nel testo scattate da Guido Caironi)

Se si desidera godere di uno spettacolo mozzafiato, orientato sul massiccio del Monte Rosa e sui suoi ghiacciai (in particolare sul ghiacciaio del Lys, da cui transita la via normale per il rifugio più alto d’Europa, la Capanna Regina Margherita), è possibile guadagnare la cima di questo “tremila”, non particolarmente difficile, ma di sicura soddisfazione escursionistica. Il dislivello da sostenere è di poco inferiore ai 1000 metri, le difficoltà proposte sono tendenzialmente moderate, anche se non deve essere sottovalutata la quota raggiunta che può esporre a qualche rischio in più (situazione meteorologica, allenamento e condizione fisica personale).

Hochlicht 1

Lungo l’autostrada per Aosta si esce a Pont Saint Martin, seguendo le indicazioni per Gressoney e raggiungendo Stafal (o Staffal). Giunti a questa frazione è necessario “imbarcarsi” sulla cabinovia per il Gabiet, di cui è fondamentale accertare gli orari e i giorni di apertura (tendenzialmente aperta nella stagione estiva, nella quale è peraltro suggerita l’escursione proposta).

Scesi dall’impianto a fune si risale la pista da sci verso destra e si intraprende il sentiero 200 metri più avanti (sentiero 6A, sulla sinistra). Si attraversa un ponte raggiungendo a circa 2600 metri due piccoli laghetti (1 ora di cammino circa). Si prosegue lungo il sentiero 6A, risalendo alcune rocce, oltrepassando un terreno acquitrinoso. Giunti nei pressi di un grosso masso si assiste ad una biforcazione del sentiero: si può proseguire lungo il sentiero 6A (che raggiunge la cima e che può essere percorso anche all’andata per evitare un tratto di camminata un poco più complesso) oppure, e questa è la scelta consigliata, si segue il segnavia (indicato a vernice) 7C, posto sulla sinistra. Si guadagna quota e si supera un traverso un poco delicato e scivoloso (fare attenzione ai segni di passaggio, a non smuovere pietre e soprattutto a non perdere l’equilibrio). Si transita nei pressi di una cascata, piegando a destra e, addolcendosi la pendenza, si guadagna la vetta, contraddistinta dalla presenza di una campana (3 ore dalla partenza).

Hochlicht 2

Ristorati dagli ampi spazi e dai panorami osservati si intraprende la discesa, seguendo dapprima le indicazioni per il sentiero 6B, con percorso nettamente più semplice rispetto al tratto appena affrontato in salita. Il segnavia del sentiero 6B si “trasforma” più a valle in 6A, proseguendo sino al bivio indicato in salita. Da qui si percorre il medesimo itinerario dell’andata, raggiungendo la cabinovia in altre due ore e mezza circa di camminata in discesa.

hochlicht 3

Il Lago di Frudiere

Questa bella escursione permette di conoscere un ambito valdostano composto da bei pascoli, da ambienti di alta montagna e da un ameno lago (si punterà infatti al Lago di Frudiere inferiore). La Val d’Aosta d’altronde è anche famosa per i suoi innumerevoli laghetti, che val la pena, sicuramente, di cercare e riscoprire.

Uscendo dall’autostrada per Aosta a Verres, si seguono le indicazioni per la Val d’Ayas. Dopo Arcesaz si sale a destra per Graines, lasciando l’auto al termine della strada.

Si segue lo stradello n. 9, molto semplice, che si introduce nella vallata. Dopo circa un chilometro e mezzo si incontra un ponte ligneo con le indicazioni per il sentiero. Si prende quest’ultimo, giungendo alla località di Charbonierre (1586 m). Superata la prima baita si piega a destra e poi a sinistra, raggiungendo nuovamente lo stradello percorso all’andata. Si raggiungono le baite di Restoly, ignorando poi il bivio 9C. Si ignora uno stradello che risale a destra e si prosegue regolarmente e facilmente. Un ponticello a sinistra decreta la fine dello stradello (1 ora e 15 minuti).

Si sale alle baite di Champ (1711 m), si raggiunge una stalla e si piega a sinistra su di un percorso acciottolato, incontrando i cartelli per i laghi di Frudiere. Si transita dall’Alpe Frudiere (1808 m) e si incontra una frana, che va evitata salendo sulla sinistra su tracce ben visibili. Superata la frana si scende brevemente riportandosi nel bosco al livello del torrente e si ignora una successiva deviazione, continuando per il sentiero n. 9 (2 ore dalla partenza). Si attraversa un ponte, raggiungendo l’Alpe Pichou e si prosegue alla sua destra, raggiungendo l’Alpe Chatellet (2002 m). Si risale, guidati da segni gialli, una vecchia frana, su percorso decisamente più ripido, fino a quando l’addolcimento del tracciato preannuncia l’arrivo al Lago di Frudiere inferiore (tre ore dalla partenza).

Per il ritorno si costeggia il lago verso nord e raggiunto il limite estremo del lago si piega a sinistra toccando il sottostante piccolo laghetto. Il sentiero procede quindi in discesa, non accompagnato però da segnavia, ma chiaro nella sua percorrenza. Si scende quindi giungendo al torrente e al ponte incontrato e attraversato all’andata. Qui si chiude l’interessante anello percorso, mentre per procedere fino al termine dell’escursione si ripercorre a ritroso il tratto affrontato all’andata. In circa cinque ore e trenta si ritorna al punto di partenza.

L’articolo è stato publicato sul quotidiano La Prealpina lunedì 18 ottobre 2021

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