Crank 2 High Voltage

Crank: High Voltage – Stati Uniti 2009 – di Mark Neveldine e Brian Taylor

Azione/Crime/Thriller – 96′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Dopo una caduta di cinquecento metri da un elicottero Chev Chelios è ancora vivo, ma viene catturato da una banda cinese che gli prende il cuore per salvare il proprio boss mafioso in fin di vita, innestando nel petto di Chev un marchingegno di plastica che per funzionare ha bisogno di continui impulsi elettrici. Ciò non impedirà a Chelios di andare a cercare il suo cuore distruggendo ogni ostacolo che gli si porrà davanti.

Ormai non ci sono più dubbi: Brian Taylor e Mark Neveldine sono i nuovi guru-profeti del cinema d’azione americano. Crank 2 è la degna prosecuzione dell’esordio (Crank, del 2006) e scongiura ogni possibile rischio di pasticcio-polpettone da far gridare vendetta. Con la loro volontà di andare oltre ogni limite immaginabile i due hanno aperto una breccia verso un nuovo modo di fare cinema d’intrattenimento (in una certa maniera tipica del modo di fare americano al contrario dell’altra via “inglese” intrapresa da Edgar Wright con Hot Fuzz), diventando di fatto i nobilitanti di un genere da parecchio tempo abbastanza asfittico e decadente.

Probabilmente Taylor e Neveldine stanno oggi al cinema d’azione come Tarantino è stato nei 90s al filone gangsteristico-criminale, ergendosi a punto di riferimento praticamente obbligato per chi si volesse avventurare nel genere. Esagerato? Sì forse un tantino, è vero, tanto più che una differenza macroscopica emerge subito, ossia lo stacco mentale che divide le due generazioni: Tarantino è un regista raffinato e colto che mantiene lo sguardo diretto soprattutto ai 70s, pescando a piene mani dalle produzioni d’essai come dai B-movie (in ogni caso comunque tendenzialmente con uno sguardo rivolto al passato); Taylor e Neveldine mostrano di essere profondamente radicati nella rivoluzione digitale e informatica del nostro tempo, adottando una regia cinetica profondamente estranea a quella visibile pressochè ovunque. una regia che fa uso di ogni tipo di tecnologia amatoriale HD, con una presa di posizione che se non è una rivoluzione improvvisa è sicuramente un dato che si ritrova finora ancora molto limitatamente nel mondo del cinema.

Ma al di là di ciò è il ritmo il vero segreto del duo. Così come nel primo Crank il protagonista principale è il tempo, non Jason Statham. Poi ovviamente anche Jason Statham, che nei panni di Chev Chelios rischia forse di costruirsi un personaggio-simbolo da cui sarà difficile uscire, ma che sembra calzargli davvero a pennello, prendendo sempre più il posto lasciante vacante ormai da troppi anni da Arnold Schwarzenegger. Grezzo, titanico, volgare, combattivo e anche un tantino pirla (chi non si è fatto una ghignata quando guidando è andato a sbattere contro uno spartitraffico?) Statham è l’eroe del mondo moderno, il grande erede della tradizione individualista americana abituata a risolvere i problemi da sé, con il Clint Eastwood di turno che risolve le questioni con le pallottole.

Se però Eastwood era un agente che adottava metodi discutibili ma al servizio della giustizia e dello Stato Chelios non è al servizio di nessuno se non unicamente del proprio istinto di sopravvivenza. Ogni suo comportamento più che essere meditato è un inno all’azione, attualismo puro che non si preoccupa di problemi etici o umani di nessun tipo (tanto da far pensare che il fascistone Gentile se lo sarebbe senz’altro goduto un film così). Una specie di superuomo Nietzsche-ano in grado di ribaltare con la propria sola forza di volontà ogni legge fisica e corporea, in grado quindi di ricaricare un cuore di plastica con una batteria d’auto, di sopravvivere ad una caduta di cinquecento metri, di soddisfare il proprio desiderio vitale facendo sesso in mezzo ad un ippodromo pieno di gente esultante, di sterminare interi clan mafiosi di cinesi, portoricani supportati da scagnozzi vari.

Una forza della natura che mantiene nonostante tutto quel barlume di civiltà ed educazione con chiunque non si metta in mezzo tra lui e la sua vita (cosa compresibilissima d’altronde). Questa sfrenata e titanica vitalità fa emergere l’enorme tasso di edonismo estetico che pare essere la guida di Taylor e Carradine: azione, azione, divertimento, scene grottesche (l’inizio del film con tanto di estrazione in presa diretta del cuore di Chelios), splatter gratuito (degno talvolta di un qualsiasi Hostel, anche se molto più umoristico) e apici di violenza ancora più estenuanti, con un particolare gusto per la depravazione sessuale (tra badilate sui genitali maschili e fucili ammorbiditi con la pece infilati in deretani ciccioni) attenuata da un certo sguardo ironico e innaturale.

Una sfilata di irriverenza riguardo al politically correct insomma, nonché un elogio dell’assurdo che giunge a tali livelli di tamarraggine da far impallidire il miglior Rodriguez (che per chi se lo fosse perso ha già dato davvero molto di sé nello splendido Planet Terror). Insomma Crank era già oltre ogni cosa sovranamente immaginabile. Crank 2 resta su quei livelli di “oltrità” assoluti, e se il voto non raggiunge il massimo è solo perché è venuto a mancare il fattore novità, e certe scenette (oltre allo stesso canovaccio complessivo) sono qui ripetute (anche se in maniera convincente). Resta solo un dubbio: riusciranno a stupirci ancora una volta con Crank 3?

Voto: 9

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