La Guerra Lampo dei Fratelli Marx

Duck Soup – Stati Uniti 1933 – di Leo McCarey

Commedia/Musical – 69′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: aforismi.meglio.it)

La storia è ambientata a Freedonia, immaginario Stato dell’Europa centrale. In una grave situazione economica, il governo si rivolge nuovamente alla ricca signora Teasdale (Margaret Dumont) in cerca di un prestito. Ma lei è decisa a concederlo solo se come nuovo capo dello Stato sarà eletto Rufus T. Firefly (Groucho), i cui metodi hanno l’arroganza del dittatore e la follia dell’anarchico. Questi non appena sale al potere mette scompiglio, promuove leggi bizzarre e arriva a far scoppiare una guerra col vicino Stato di Sylvania. Al suo fianco ci sono due strampalati buontemponi, Chicolini e Pinky (Chico e Harpo Marx), inizialmente spie che erano state messe alle costole di Firefly dall’ambasciatore di Sylvania. Al termine di questo conflitto singolare e stravagante Freedonia avrà la meglio.

A sentirlo nominare oggi Leo McCarey sembra un emerito sconosciuto, perfino ai molti cinefili che sbocciano di continuo sul web. Invece è uno che ha vinto l’oscar come miglior regista ben due volte: nel 1938 con L’orribile verità, nel 1945 con La mia vita. Due oscar, oh! Più di Martin Scorsese, per dirne una che fa sempre rodere i cinefili di cui sopra. Eppure a vedere La guerra lampo dei fratelli Marx (titolo originale: Duck soup) il confronto che viene da fare per noi italioti è con un qualunque film di Totò diretto da un Mattoli o da un Matrocinque qualsiasi. McCarey viene qui completamente annullato dalla strepitosa verve dei fratelli Marx, gruppo comico che con la nascita del cinema sonorizzato (avvenuta a fine anni ’20) vedrà il presupposto fondamentale per portare sul Grande Schermo un nuovo tipo di comicità, del tutto estranea a quella dominante nei ‘20s con i mostri sacri Charlie Chaplin e Buster Keaton (pur con tutte le dovute differenze tra gli stessi).

Non che manchino in realtà scenette e parti profondamente debitrici di quella tradizione “muta”, che i Marx lungi dal disprezzare fanno proprio, creando un ponte tra la tradizione umoristica tanto cara agli spettatori e il proprio messaggio comico rivoluzionario, tutto incentrato sul primato della parola. Sono un esempio di questo “recupero” almeno un paio di scenette di incredibile carica comica come il triplice scambio di cappelli e il “doppio specchiato”, entrati di diritto tra i classici, e per questo ripresi spesso negli anni da una comicità più o meno colta.

A confermare questa necessità di “ponte” tra vecchio e nuovo basta la sola scelta recitativa di Harpo Marx, che rifiutando di parlare comunica con un vivace linguaggio del corpo, utilizzando al limite (in caso di particolare bisogno, come quando si trova a rispondere al telefono) trombette e fischietti divertenti. Si può leggere questa scelta in diverse maniere ma è un dato di fatto ricondurre in buona parte la mimiche di Harpo alla tradizione del cinema muto. Ma abbiamo detto che il vero messaggio sconvolgente dei fratelli Marx è dato dalla capacità di sfruttare la nuova parola. Nuova perché nel 1933 il cinema sonorizzato è una realtà che impone una riconversione davvero imponente delle sale cinematografiche e di fatto ancora in questo periodo non sono poche le zone in cui il cinema resta “senza voce”.

I Marx piombano con la loro comicità come un fulmine a ciel sereno, riempiendo settanta minuti di battute e gag devastanti, anarchiche, ai limiti del surreale e del no-sense. Groucho e Chico diventano due mitragliatrici di battute che fanno conoscere allo spettatore un devastante modo di fare umorismo e comicità cinematografica. Un impatto talmente forte però da risultare incomprensibile per il pubblico borghese dell’epoca. Il tempo, si sa, è miglior giudice del mercato.

A spezzare il ritmo frenetico ci pensano una manciata di intermezzi musicali, che se all’inizio possono far storcere il naso per la loro magniloquienza e scenografia del tutto gratuite (d’altronde è opportuno ribadire ancora una volta la novità stessa del concetto di musical nel periodo in esame), esplodono nello spettacolare ultimo balletto in cui emerge fino in fondo la geniale carica eversiva della pellicola, che di fatto è un pretesto per ironizzare e satirizzare dall’inizio alla fine contro le realtà (attualissime al tempo della realizzazione) della guerra, della dittatura e del capitale.

Si inizia con la ricca signora Teasdale che con la sola possibilità di dare un prestito finanziario alla devastata Freedonia riesce a deciderne gli indirizzi politici facendo eleggere “l’intellettuale” Firefly (Groucho). Si passa poi alla messa in ridicolo più assoluta di un modo di governare personalistico e vanaglorioso, di cui si fa emergere l’incompetenza se non l’assurdo modo di agire, il quale arriva a causare qui una guerra per motivi apparentemente banali (il corteggiamento della stessa Teasdale), in realtà profondamente simbolici (la volontà di mantenere il più stretto legame con il Capitale, identificata come la via di salvezza individuale e sociale) per i quali ci si lascia andare alle maniere più ridicole d’agire.

Torniamo inoltre all’ultimo stacco musicale, che parte dalla dichiarazione di guerra di Freedonia su Sylvania. Al di là della totale irrazionalità degli eventi e comportamenti che hanno portato a questo evento l’aspetto più incredibilmente moderno della scena è l’assurdo allineamento di tutti i presenti nella scena (e si noti bene che si tratta per lo più dei ceti più elevati della società: giudici, militari, membri del governo, pubblico aristocratico) che nel balletto susseguente ripetono meccanicamente ogni passo e azione (sempre più dissacranti, assurde e animalesche) dei quattro Marx tra cui ovviamente il presidente Firefly. Risuona lo squillo di tromba di annuncio della guerra di fronte al quale la società compatta sente la necessità di allinearsi e obbedire ciecamente agli ordini dei superiori, mettendo nel cassetto cervello e domande eventuali. Profonda vena dissacratoria per un cinema che si pone quindi su diversi piani di lettura, tanto da risultare “senza tempo”, attualissimo ieri come oggi, e perfino in anticipo sui tempi, oltre un lustro prima del capolavoro chapliniano Il grande dittatore.

 

Voto: 9

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