“Occhio di bue”, il nuovo libro di Claudio Sottocornola

C. Sottocornola, OCCHIO DI BUE, Marna (cop.)

Articolo di Antonio Falcone

E’ in uscita, nella prossimità del Natale 2021, Occhio di bue (Marna), l’ultimo libro di Claudio Sottocornola, un vero e proprio “testamento spirituale” che l’autore ha voluto donare ai suoi lettori, un compendio della sua attività di “filosofo del pop”, impegnato ad analizzare, interpretare e divulgare i contenuti di quella cultura di massa che da una vita ha eletto a suo campo d’indagine privilegiato, insieme all’autobiografia e alla contemporanea crisi del sacro. 628 pagine di testo, 96 pagine di foto e un Dvd-Rom, allegato in omaggio, con 435 tracce MP3, stralci musicali delle sue lezioni-concerto con gli studenti e il pubblico più vario: in controtendenza rispetto all’uso della brevità e dell’estrema sintesi oggi dominanti nella comunicazione pubblica, l’autore ci propone dunque una sorta di archivio da cui estrarre, a piacere, contenuti diversi e variegati, pur nella ripetizione rituale di leitmotiv che costellano questa raccolta di conversazioni, perlopiù trascritte dall’oralità di incontri pubblici lungo la penisola oltre che nella sua Bergamo, un vero e proprio viaggio on the road, in cui l’autore ci chiede di accompagnarlo, avvertendoci che repetita iuvant, e che stimolato da un pubblico sempre diverso egli ci regalerà “con le ripetizioni, ciò che le accompagnava in forma di variazione, diversa focalizzazione, a volte, lampo e illuminazione…”. Il libro risulta infatti composto da una raccolta di interventi pubblici, in genere presentazioni di due sillogi recenti, Varietà (Marna, 2016) e Saggi pop (Marna, 2018), corpose raccolte di interviste e, appunto, saggi, relativi al mondo della canzone e dello spettacolo, ma più in generale connessi alla cosiddetta popular culture.

Quest’ultima è un ambito che Claudio Sottocornola indaga da anni, anche attraverso l’ausilio di quelle lezioni-concerto sulla canzone pop, rock e d’autore, di cui in appendice compaiono due esemplificazioni trascritte, insieme a riflessioni critiche dell’autore stesso e di altri, interviste e una lunga play list che illustra i contenuti musicali e poetici del Dvd-Rom allegato in omaggio. Inoltre sarà possibile accedere, mediante QR code in quarta di copertina, all’archivio integrale delle lezioni-concerto e delle presentazioni on line dello stesso Sottocornola, dando vita anche qui, come nei precedenti Saggi Pop, ad un’opera transmediale che non mancherà di sollecitare la domanda e stimolare la curiosità del pubblico contemporaneo. L’autore spiega nella sua Introduzione (Assolutamente da capire) il perché del titolo: “L’occhio di bue è quella potente lampada che si usa in ambito teatrale, e soprattutto musicale, per proiettare un fascio di luce concentrato e altamente definito sul performer in scena, cantante, ballerino o attore, che viene costantemente seguito da un operatore che ne illumina la presenza e i movimenti sul palco. È una sorta di immagine-metafora della sua centralità, del suo essere in quel momento manifestazione, cassa di risonanza dell’essere, suo microcosmo e monade. E dunque l’occhio di bue, in quanto ritaglia e definisce un soggetto come paradigmatico rispetto ad altro, sta a rappresentare efficacemente quel fenomeno che nel contesto della contemporanea cultura di massa noi chiamiamo successo, equivalente della gloria nello scenario postmoderno”.

Anche grazie a questa metafora, il filosofo del pop intende dunque proporre, a partire dagli ambiti della contemporanea cultura di massa, una riflessione che, dai contenuti giornalistici a quelli storico-sociologici, si va focalizzando man mano come una pratica linguistica e teoretica che è prima di tutto filosofica. Sottocornola, citando il Platone della Apologia di Socrate, ci ricorda come “‘Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta”: “poiché ogni ricerca si svolge a partire da un ambiente, da un contesto storico, da una condizione determinata… ne segue che studiare le modalità di espressione e comunicazione dell’uomo contemporaneo… vuol dire proprio indagare quegli ambiti, come la musica, il cinema, la televisione, i giornali, la pubblicità e il web, che tale contemporaneità attraversano e caratterizzano”. E ancora: “Il pop è stato dunque la finestra, l’habitat, il luogo da cui far partire una riflessione, per me senz’altro più stimolante perché più legata alla attualità della vita…”, per poi concludere, andando a sancire in forma ancor più radicale tale connubio fra indagine pop e approccio filosofico: “Il pop è stato per me anche un po’ un espediente per parlare di ciò che mi interessa davvero, la vita e il suo senso, e l’occasione del pop, esattamente come una partita di calcio fa parlare di gioco di squadra, amicizia, rispetto e collaborazione, mi ha permesso di dire la mia, per esempio su valori, disvalori e ricerca di senso, con grande libertà, laddove senza l’ambiente pop forse sarei stato censurato o inascoltato”.

Un esempio eloquente di tale metodologia si ha nella prima conversazione proposta in Occhio di bue, “Gloria e divismo…”, dalla Fondazione Romano di Telese Terme, ove Sottocornola si addentra in una interessante disamina che, a partire dalla osservazione della attuale, spasmodica ricerca del successo fra talent, reality e social, confinato alla superficie dell’apparire fine a se stesso, approda ad una illuminante analisi del concetto di gloria dell’antichità classica, ove il successo o riconoscimento pubblico era sempre correlato alla sua funzione e dimensione comunitaria, il bene della polis, e poi della escatologia cristiana, ove il termine certifica una dimensione ontologica profonda, o interiore, che non ha alcun bisogno del riconoscimento pubblico, che anzi può ignorarla, a fronte del suo intrinseco rapporto con il divino, e dunque della santità. Si può allora comprendere come la stessa immagine dell’occhio di bue, sia in realtà metafora della buona fama entro la polis, dell’ aureola di luce del santo o illuminato, della realizzazione personale, ecc., anche se il pop è, sempre nel contesto della riflessione di Sottocornola, un’occasione per la elaborazione di tali riflessioni.

D’altronde il docente bergamasco tiene poi a sottolineare quanto indagare il pop non voglia dire diventarne degli apologeti, ma semplicemente indagare il proprio tempo, quella popular culture caratterizzata da produzione industriale e committenza di massa, che designa il nostro tempo esattamente come il barocco designava il ’600 e il romanticismo una parte dell’’800, movimenti anch’essi ambivalenti, con manifestazioni alte e basse. Inoltre partire dall’attualità di musica, cinema, mass e social media piuttosto che “dalla teoresi della teoresi” probabilmente può considerarsi “l’approccio filosofico più fecondo e dirompente che possiamo immaginare”. Occorre poi sottolineare che, nel passaggio dalle conversazioni relative a Varietà a quelle relative ai Saggi Pop, si avverte nell’autore una sempre più netta consapevolezza del declino del pop che diventa degrado, a fronte di una nostalgia sempre più pervasiva nei confronti di quello che Sottocornola chiama il paleo pop degli anni ’50-’60-’70, il quale diviene mythos fondativo e ideale paradigma di confronto, apertura ermeneutica su un mondo lontano e ormai scomparso ma antropologicamente migliore. Riflessioni teoreticamente impegnative si accompagnino nel libro a un approccio apparentemente leggero, con frequenti riferimenti, specie nella parte dedicata alle interviste di Varietà, ad aneddoti relativi agli incontri che l’autore ha avuto negli anni con i più significativi personaggi della canzone, della televisione e dello spettacolo in Italia, da Gianni Morandi a Rita Pavone, da Carla Fracci a Nino Manfredi, da Vittorio Sgarbi a Beppe Grillo, da Ivano Fossati a Paolo Conte, da Amanda Lear a Gianna Nannini, da Mara Venier a Enzo Jannacci.

Un incontro mancato e rimpianto invece, causa un veto redazionale del lontano 1989, è quello con Raffaella Carrà, recentemente scomparsa, cui l’autore dedica una commossa lettera a ricordo, una ghost track, stampata con un delicato inchiostro grigio, che a lui serve anche per fare il punto sulla questione del pop, altrove affrontata in modo più icastico e corrosivo (come il congedo dedicato a Maradona, il Covid e l’Apocalisse del pop), e qui ripresa con un atteggiamento più empatico ed emozionale. Su queste esperienze narrate si articola sempre una serrata riflessione che diviene spesso occasione per parlare di senso e valore, qualità e resilienza in tempi difficili come quelli pandemici. In ultimo, a rafforzare l’impressione testamentaria ed esistenziale del volume, 96 pagine di foto on the road dell’autore e dei contesti in cui si è mosso ci regalano un viaggio fra infanzia, adolescenza, musica, studi, incontri, viaggi, libri, cd, lezioni-concerto, famiglia, scuola e territorio, che ancor più testimonia la cifra stilistica di Claudio Sottocornola, un connubio tra cultura e vita, tra musica e filosofia, tra esistenza e pensiero che in questi tempi così settorializzati tende del tutto a mancare e che in Occhio di bue si fa invece sintesi, visione, memoria e proiezione sul futuro. Per chiudere, un Dvd-Rom assolutamente inedito, con 435 tracce, archivio musicale delle lezioni-concerto di Sottocornola riprese dal pubblico con un inconfondibile sapore live e ruvido, ci permette di familiarizzare meglio con il suo ruolo di performer, interprete e animatore culturale che ne fa un unicum nel panorama della cultura italiana. A impreziosire il lavoro, ecco infine diversi contributi di addetti ai lavori che introducono o commentano il volume, da Paolo Tocco ad Athos Enrile, da Fortunato Mannino a Maurizio Gusso, testimoniando una stima e un riconoscimento ormai condivisi della lunga attività esegetica e performativa di Sottocornola nel mondo del pop.

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