The Wrestler

fonte immagine: mymovies.it

The Wrestler – Stati Uniti/Francia 2008 – di Darren Aronofsky

Drammatico/Sportivo – 109′

Scritto da Alessandro Pascale 

Il wrestler Randy The Rem Robinson è ormai sul viale del tramonto e un infarto gli impone di cambiare vita. Le difficoltà nella svolta sono però troppe e la voglia di wrestling sarà troppo forte.

I falliti sono sempre piaciuti alla gente comune, perché vedere che c’è qualcuno più in basso è oltremodo più consolatorio rispetto all’immagine del vecchio amico un po’ imbranato che ha sfondato. La mediocrità è accettabile nel momento in cui rimane ben visibile il contatto con l’essere gerarchicamente inferiore. Per questo film come The Wrestler avranno sempre successo nella storia (non solo del cinema). “I morti comandano” proclamava un personaggio di un film di Bellocchio qualche anno fa, ma in generale l’assunto è valido per tutti i miserabili, falliti, geni sbandati, pazzi “buoni” che popolano la nostra società. Comandano però solo quando riescono a colpire il nostro lato più umano e compassionevole, il che accade assai raramente per i vivi, molto più spesso per i morti e i quasi-morti. Il cinema ama da sempre immortalare gli “sconfitti” e ha trovato due filoni privilegiati di personaggi da incorniciare: i pugili e i politici.

Randy The Rem Robinson rientra ovviamente nel primo filone, per quanto appartenga ad uno sport-spettacolo (?) notoriamente più artificiale ed estetico che vero e reale. Qui sta però il primo importante elemento messo in scena da Aronofsky: lo smantellamento del luogo comune che vede il wrestling come una grande fuffa da circo. Certo i suoi non sono incontri combattuti e sudati, questo è ovvio, ma le ferite, il sangue, la quantità di porcherie assunte dagli atleti per svolgere il mestiere, sono tutti effetti reali e tragici. Soprattutto emerge netto il contrasto tra l’imponente impatto visivo delle grandi masse di muscoli degli atleti e un forte nucleo di valori e sensibilità che mal si accordano con le maschere indossate sul ring.

L’elemento etico viene condensato nell’immagine di Randy, di fatto novello Cristo che percorre il suo percorso di Passione tra chiodi nella carne, “corone” sanguinarie, folta chioma arcaica e in generale un cammino fatto di solitudine, incomprensione e peccato. Il culmine arriva con un infarto che mette a serio rischio la sua vita, imponendo una netta conversione lavorativa oltre che ideale. Il suo percorso di redenzione all’inizio appare costellato dal successo: ecco la riconciliazione con la figlia, il bacio concesso dall’altra anima “peccatrice” Pam (la sempre sexy Marisa Tomei) spogliarellista in via di redenzione, l’adattamento ad un nuovo lavoro, in generale il recupero di un riequilibrio interiore. Ma Randy ovviamente non è Cristo, è solo un essere umano. Un essere umano che per di più ha i suoi non pochi problemi. Così dopo aver lottato vanamente cede al peccato che si presenta nei panni di un micidiale binomio “bionda-cocaina”.

Da lì il trionfo svanisce e in breve tutto viene perso, la caduta dell’eroe è inesorabile e perentoria. Lo scacco è troppo forte per Randy che incapace di accettare l’aspetto tragico-umano della vicenda decide di tuffarsi nella gloriosa idea di un ritorno al wrestling, in una serata che ha il sapore di ultima spiaggia. Lungi dall’essere un gesto eroico o stoico quella di Randy è una decisione dettata dalla sconfitta, dalla codardia di affrontare di nuovo i fantasmi di una vita futura che appare insormontabile nelle sue difficoltà. L’estrema umanità del personaggio è la vera arma vincente messa in campo da Aronofsky, che trova in Mickey Rourke l’elemento ideale per consacrare il ruolo, vero alter-ego di un attore che ha vissuto sulla propria pelle un uguale cammino di caduta e redenzione, riuscendo con questo film in quello che il suo personaggio The Rem manca: il definitivo ritorno glorioso sulla scena della ribalta. Eccezionale è anche la regia di Aronofsky: indiscreta, quasi impicciona e molesta, si intrufola nei luoghi “segreti” del wrestling quasi di soppiatto, ribaltando l’essenzialità di tali riprese con una metodologia più spettacolare nei combattimenti, adeguandosi alle esigenze del momento.

Quando ci si concentra su Randy Aronofsky gioca molto sulla fisicità del personaggio, inquadrandolo spesso di spalle a mezzo busto. Una regia molto moderna che punta quindi ampiamente sulla camera a mano, per contraccambiare l’elevato tasso di soggettività della storia, tutta tesa a coinvolgere e immedesimare lo spettatore nella resa drammatica del personaggio. E l’intento riesce alla grande, toccando punte di intensità emotiva davvero notevoli, non scadendo mai in un eccesso di pateticità e morbosità. Uno stile per certi versi asciutto e documentario che si mette al completo servizio dell’eccelso Mickey Rourke. Una prova quella di Aronofsky che mette una pietra sopra il controverso The Fountain (2006) e impone una certa curiosità per i prossimi lavori (gli annunciati The Fighters e Black Swan). Ma più in generale una prova che puzza davvero di capolavoro.

Voto: 9

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