Il tempo di un viaggio

Scritto da Francesco Carabelli (foto dell’autore)

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Scritto da Francesco Carabelli ( foto dell’autore)

Dimenticare il passato, passare oltre i dolori di rapporti e relazioni finiti non è sempre facile.

Credo che il viaggio, il cambiare aria anche per un breve lasso di tempo sia una soluzione efficace.

L’ho vissuto personalmente. Viaggiare in solitaria ti permette di metterti alla prova, di conoscere nuova gente, spinto dalla necessità dì avere una rete dì amicizie che ti permetta dì sentirti a casa anche quando sei all’estero. Questo era tanto più vero 15 anni fa quando i telefonini non usavano la rete internet e magari era molto costoso telefonare dall’estero a casa ad amici ed eri volente o nolente costretto ad affrontare la situazione e fidarti delle persone che incontravi anche se non le conoscevi.

Per noi italiani forse è più facile, vuoi per carattere vuoi perché ovunque tu vada trovi sempre un emigrato che gestisce un caffè o un ristorante che ti fa sentire a casa parlandoti in italiano anche quando sei a migliaia dì km dalla patria.

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Era un modo, quello della vacanza all’estero da soli per mettersi alla prova e capire i propri limiti.

Le esperienze erano diverse. Talvolta capitavi nell’ambiente tranquillo e ti adattavi di buona lena ; altre volte ti scontravi con i pregiudizi verso gli italiani e dovevi fare i conti con le diverse esigenze della famiglia di cui eri ospite.

Certo, scegliere dì soggiornare in ostello ti dava maggiore libertà anche se poi i costi erano maggiori e dovevi comunque fare i conti con la necessità dì mangiare fuori a pranzo e cena.

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Ti scontravi con una cultura diversa, gente più fredda, ma comunque cortese, e dovevi fare i conti con gli usi e i costumi locali e con la lingua che eri andato lì per approfondire, sfruttando la vacanza studio in città, unendo il turismo con lo studio e conoscendo giorno dopo giorno i vari quartieri della grande città in cui avevi scelto dì soggiornare.

Potevi conoscere la storia e visitare i musei più significativi e passeggiare magari assieme ai tuoi professori che erano giovani ragazzi locali che avevano più o meno la tua età e con cui legavi e assieme ai tuoi compagni dì corso che venivano da mezzo mondo.

Ciò ti permetteva dì apprezzare le diverse culture e i pregi e i difetti dì ognuna.

Spinto dall’Internazionalizzazione e dalla globalizzazione, lontano da casa ti eri riproposto dì provare ogni sera un ristorante diverso per cucina: dal greco al tailandese, dì cui apprezzavi le buone bibite tipiche, dal messicano al ristorante locale che ti aveva visto spendere parecchio per un posto all’aperto nei viali o nelle piazze della città. Avevi preso l’abitudine dì comprare il giornale serale mentre cenavi visto che cenavi quasi sempre da solo e il giornale ti faceva compagnia.

Tante volte approfittavi del progresso del paese di cui eri ospite per cenare in una catena americana che da noi in Italia non era ancora arrivata sul mercato e per poterne poi parlare orgogliosamente ai tuoi amici.

Ti immergevi nella realtà del luogo, passeggiavi per le vie del quartiere, prendevi il tram o la metro, il bus o il treno e non avevi paura dì perderti dato che i mezzi pubblici erano molto più abbondanti che nella tua terra natia e meglio segnalati e soprattutto sempre puntuali.

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Sognavi di rifarti una vita dopo i travagli amorosi, una vita lontana dagli amici, che ti vedeva indipendente e fautore della tua sorte, una vita più tranquilla, meno stressata che in Italia. Magari le ragazze del posto erano anche più accomodanti: ti chiedevano dì accendere le sigarette per poter iniziare un discorso, erano più dirette e sicuramente meno cerebrali di quelle italiane.

Nel tuo quartiere c’era un cinema e tu ne approfittavi per farti una cultura assistendo alla proiezione dei nuovi film locali conoscendo nuove realtà, nuovi registi, nuovi attori, magari anche nuovi film internazionali che da noi non erano (o non lo erano ancora) distribuiti. Ti confrontavi con la lingua iniziando a prenderne confidenza e dimenticando come si diceva una tal cosa in italiano quando telefonavi a tua madre.

I giorni passavano, a volte ti annoiavi e sentivi nostalgia dì casa, altre volte le giornate erano intense, avevi molto da fare e speravi che quei giorni durassero in eterno, stanco della routine casalinga e curioso di scoprire il mondo e  di fare nuove conoscenze ed esperienze.

Poi arrivava il giorno del ritorno ed era un fare valige e sacchetti per farci stare tutto, anche quello che avevi comprato come ricordo di quel viaggio. A volte dovevi buttare qualcosa perché il bagaglio pesava troppo.

Ritornavi alla routine, ma almeno avevi staccato per un po’ e ti eri messo alla prova guadagnando fiducia in te stesso e nelle tue capacità dì sopravvivenza e di maturazione e indipendenza.

Per mesi, forse per anni avresti parlato con i tuoi amici di quel viaggio e spesso lo avresti ricordato guardandone le foto o i filmati che lì avevi fatto.

Era un modo per crescere, per diventare adulti staccandosi temporaneamente dalle radici familiari per sognare nuovi obiettivi e solcare vie nuove stimolato dalla diversa cultura in cui ti eri immerso anche solo per quindici giorni.

Quel luogo, per parafrasare Edgar Reitz, diventava la tua seconda patria (die zweite Heimat), il luogo dove saresti maturato e avresti appreso a ragionare in modo diverso e più indipendente. Quel viaggio ti avrebbe cambiato e reso un po’ più uomo dì quanto non lo fossi prima.

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A Wim Wenders che mi ha spinto con i suoi film a viaggiare e a tutti i viaggiatori solitari….che il 2022 ci permetta dì riprendere i ns viaggi in giro per il mondo!

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