Il male non esiste

fonte immagine: movieplayer.it

Sheytan vojud nadarad -Iran 2022 – di Mohammad Rasoulof

Drammatico – 150’

Scritto da Martina Corvaia

“Negli stati autoritari, l’unico scopo della legge è la conservazione dello Stato e non l’agevolazione e regolamentazione delle relazioni tra le persone” 

(Mohammad Rasoulof in una nota del film “Il male non esiste”)

È una intensa e audace riflessione morale “Il male non esiste”. Le quattro storie, legate dal filo invisibile del dramma etico, turbano la coscienza umana e vengono risucchiate in una storia singolare, macabra e brutalmente dura. Davanti al bivio della vita (auto)imposto dal dispotismo iraniano che si ramifica in due chance: bisogna obbedire senza obiezioni, come macchine azionate senza coinvolgimenti emotivi, o reagire secondo logica pensante e trovare una via di fuga, che non sia la morte?

E il doloroso responso arriva come una sferzata in “Il male non esiste”. Ogni storia è costruita ad hoc come un episodio dello stesso script che trascina il suo cliffhanger. Per sospendere il racconto e lasciar parlare le immagini in movimento, cupe come la storia in sé. E con tanto di titolo per separare un racconto dall’altro. E “Il Diavolo non esiste” di Heshmat è la prima storia che si prostra ai piedi del meccanismo repressivo dello Stato iraniano: un padre amorevole e generoso con la moglie e la figlia piccola, una vita tranquilla, una casa confortevole e qualche strappo alla regola per vedere la figlia felice. Ma è l’ombra della notte il peggior nemico da combattere: una doccia calda per svegliarsi, un caffè nero versato, lo spioncino sollevato e il pulsante premuto per la più atroce delle morti. Come se la condanna a morte fosse normale, perché è lo Stato a imporlo e a volerlo, e la legge si rispetta senza porre domande.

Stessa sorte, o quasi, in “Compleanno” per Javad, il giovane soldato che torna a casa dalla fidanzata per chiederla in sposa, pagando il prezzo più caro. Perché tre giorni di licenza valgono più di una vita soppressa appesa a una corda. E per quale fine: per il senso di colpa che tormenta il cuore, con la sua confessione indicibile “solo” per mettere l’anello al dito alla futura moglie. Il fine, però, assume sembianze umane dolorose: un uomo che ha perso la sua dignità. Senza più nulla, né casa né una moglie perché lo Stato dispotico (ti) ha tolto tutto.

Diversa la storia di Pouya in “Lei ha detto: lo puoi fare”. In preda alla sua voglia di vivere felice con la fidanzata lontano dal suo fresco servizio militare e con un fucile in mano, tenta la corsa alla libertà ribellandosi all’ordine dei suoi superiori per accompagnare il detenuto alla sua condanna a morte in carcere. E disobbedisce, corre, respira aria pulita. E riesce ad aprire la porta dell’oppressione e a fuggire per la sua nuova vita da uomo libero lontano dalle angherie, con l’omaggio italiano al brano musicale “Bella Ciao” che riverbera in radio per non dimenticare la felicità del momento.

E “Baciami” con la storia di Bahram, medico ex soldato che vive con la moglie, è l’ultimo centimetro del filo invisibile che unisce le tre storie. Con la redenzione dei propri peccati e la morte oscura che aleggia sul segreto più nascosto. Perché alla fine una scelta fatta in passato per salvare il futuro di una bambina (la nipote, adesso diventata una donna un po’ occidentalizzata con la passione per la medicina anche lei) vale più delle conseguenze psicologiche devastanti che per vent’anni lo hanno tramortito. E magari sotto il sistema autocratico alberga uno spiraglio di bontà umana che nessuna legge coercitiva può uccidere. Perché il male non esiste.

Volutamente e intensamente lento, con la cinepresa che indugia sui quattro uomini zoomando sulle loro azioni quotidiane, lo spaccato attuale sulla pena di morte e le sue disperate conseguenze nel sistema politico iraniano si mescola alla sofferente fragilità umana che chiunque oggi sente dopo la visione del film. E come disse l’attore Jeremy Irons, Presidente di Giuria Berlinale 70: “Un film insieme poetico e devastante che pone ognuno di noi di fronte alla responsabilità delle proprie scelte”.

E al posto loro, noi che cosa avremo fatto?

Voto: 9

 

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