Il libro delle emozioni – riflessioni sul mondo della tecnica

fonte immagine: amazon.it

Scritto da Francesco Carabelli 

In questi giorni stavo leggendo un libro che mi ha fatto riflettere su come, in pochi anni, sia cambiato il senso comune, il nostro comune sentire, il nostro modo di vedere il mondo e di giudicarlo.

Fino a pochi anni fa alcuni atteggiamenti erano visti negativamente e c’era sicuramente un maggior rispetto per la privacy, per l’intimità delle persone, cosa che non avviene più oggi, anche perché la televisione e internet  hanno sdoganato come assolutamente positivo il mettere in mostra la propria vita privata, i propri segreti, in modo tale che non c’è più nulla che non sia lasciato nascosto e anzi, il celare alcune situazioni, viene percepito negativamente, quasi una forma di introversione che può nascondere finanche una patologia.

Siamo abituati a renderci appetibili agli altri, quasi dovessimo venderci come dei prodotti, e ciò è figlio di una società che, dimentica della nostra emotività, cerca di razionalizzare tutto; gli uomini subiscono e non usano più la tecnica e gli strumenti tecnologici per dei fini superiori, ma diventano mezzi di un impianto tecnico dominante che fa dell’uomo un mero strumento senza che questi si interroghi sui fini ultimi della sua vita. L’unico fine e’ l’accumulo di denaro per poter avere sempre nuove possibilità, senza prendere mai delle decisioni definitive sulla propria vita, ma vivendo l’illusione di una onnipotenza che vive della reversibilità delle scelte e del libero arbitrio, inteso meramente come libertà di scelta e non come responsabilità verso l’altro e verso il mondo.

Nel suo ultimo libro (Il libro delle emozioni-Edizioni Feltrinelli) Umberto Galimberti tematizza questi argomenti, mettendo in luce l’omologazione che colpisce l’uomo contemporaneo, che, rinunciando alla propria singolarità, e alla propria vita emotiva e ad un approccio fenomenologico al mondo, sopravvaluta la sua componente razionale e il conseguente dualismo (di origine platonica) tra corpo e anima.

Solo nel suo essere-nel-mondo e nel suo aprirsi al mondo vivendolo emotivamente l’uomo può recuperare la sua singolarità e la sua umanità, vivendo in prima persona e non solo tematizzando razionalmente ex-post il suo vissuto e il suo corpo. Questo vale nella vita di tutti i giorni, nei rapporti familiari, nei rapporti amorosi, nei rapporti genitori-figli, nella scelta di vivere una relazione sponsale e non solo un rapporto amoroso libero, senza un impegno formale.

Se devo fare una critica a Galimberti è quella di sottovalutare la componente religiosa che può fare da propulsore a queste dinamiche, qualora vissuta con sincerità e non solo come un obbligo o una formalità, ma forse alle spalle di questa sottovalutazione sta la formazione dello stesso filosofo che, nonostante abbia frequentato ambienti cattolici in gioventù, non ha saputo coglierne appieno le potenzialità e la positività, probabilmente influenzato negativamente da alcuni pregiudizi ideologici o da esperienze personali che non conosco e per le quali non voglio entrare nel merito.

Fatto sta che, comunque, nella sua disamina, Galimberti affonda delle sciabolate molto profonde verso una certa cultura economicista mainstream e contro alcune dinamiche legate alla moderna società, influenzata dalle multinazionali di internet che, con i loro social network, cancellano le distanze, dando un’illusione di onnipotenza agli utenti, facendo venir meno il contatto umano con tutto quello che ciò comporta. Ciò e’ veramente grave, soprattutto, perché le nuove generazioni rischiano di dimenticare l’interazione reale e naturale, recependo come naturale quella mediata dai mezzi tecnologici, come computer e cellulari e rischiando di non vivere un approccio fenomenologico che punta all’integrità dell’uomo, come essere senziente, non dotato di corpo da oggettivare scientificamente, ma effettivamente identificato strettamente dal suo essere corpo, quale punto di partenza delle sue esperienze e punto di vista del suo essere-nel-mondo, tanto che senza di esso egli non sarebbe in grado di vivere il mondo e di conoscerlo e abitarlo.

Galimberti sottolinea come la rapidità delle decisioni, sollecitate dall’essere sempre connessi, annulli la riflessione e la coscienza dell’uomo e lo renda incapace di crearsi una sua personalità: incapace di vivere l’angoscia, l’attesa, la distanza e la lontananza dai suoi cari, in ragione della connessione costante tramite internet, l’uomo non forma se stesso, ma rimane in balia del suo delirio di controllare ogni cosa in modo razionale, arrivando quasi alla follia o rimanendo in una sorta di infantilismo che si prolunga nell’età adulta ed oltre.

 

Sicuramente una lettura capace di farci riflettere, per il suo essere fuori dal coro su molti temi e per il suo colpire nel vivo il lettore che vive ogni giorno un mondo in cui domina sempre più la tecnica o se vogliamo, il raziocinio intellettuale (Verstand), a cui la tecnica è strettamente legata e figlia, e non la ragione (Vernunft) in senso più elevato, che ci permette di cogliere il bello, il sublime e il bene e che quindi comporta, non solo l’utilizzo di categorie intellettuali, ma anche un gioco delle facoltà non meramente intellettuali, tra cui appunto le emozioni, che vengono rivalutate da Galimberti in senso fenomenologico, giocando un ruolo molto importante nella formazione dell’integrità umana e nella crescita e maturazione del singolo.

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