Amicizia e destino

Foto di Francesco Carabelli

Racconto di Francesco Carabelli


Quando penso a te non ho paura, non ho paura di essere rifiutato, non ho paura di essere tradito o fuorviato. È una piena fiducia pur nella difficoltà dell’esistere. Non ho mai avuto paura sin da quando ci siamo conosciuti quasi trenta anni fa.
È come ascoltare un album e non esserne mai stanchi, ascoltare Pablo Honey dei Radiohead o un album dei Baustelle.
Era ed è l’amicizia, il comune sentire, a muoverci, l’avere fatto scelte simili, il condividere dei valori, dei modi di guardare il mondo e le relazioni, quel vivere in comunione, per quanto questa parola sia desueta al giorno d’oggi, con un gruppo, con delle persone che ci sono vicine nella vita di tutti i giorni e ci sostengono nonostante i nostri errori, i nostri sbagli, le nostre mancanze e dimenticanze, la nostra irascibilità.
Devo ringraziare don Angelo, devo ringraziare il gruppo di amici con cui e grazie a cui sono cresciuto. Sono stati anni importanti, nonostante poi ci sia persi un po’ di vista, ma quando ci si vede ci si sente subito a proprio agio, come se fosse passato solo un giorno, come se avessimo continuato a frequentarci tutti i giorni e magari invece non ci si è visti per più di dieci anni.
È quel sentirsi fratelli, il sentirsi destinati a qualcosa di più grande e profondo pur nella banalità della quotidianità, pur nelle nostre vite familiari, pur nell’affaccendarsi lavorativo.
Tutti quegli anni, tutte quelle esperienze sono stati importanti nella nostra vita anche quando eravamo soli, quando avevamo preso altre strade.
Quel sentirsi parte di un’esperienza concreta e non teorica o ipotetica, quell’aver vissuto a fianco di un testimone di Cristo, nell’averne condiviso il cammino dei giorni con il bello e con le sofferenze ha plasmato il nostro sguardo sul mondo e sulle relazioni. Anche quando sbagliavamo avevamo chiaro il suo esempio nella sequela di Gesù.
Sentivamo di peccare (termine quantomai poco mainstream e sempre più desueto nel sentire comune) sentivamo che stavamo facendo qualcosa di sbagliato e cercavamo di andare oltre, di tornare sulla via della redenzione, sulla via del perdono.
Ecco in quei giorni di vita di comunione in oratorio, nelle vacanze in montagna, nelle serate di preghiera e di riflessione imparavamo a conoscere noi stessi, a conoscere i nostri limiti, a conoscere la vita.
C’era sempre spazio per il dialogo, per il confronto, nella sequela. Non era un dialogo sterile ma una crescita personale.
È questo che ho vissuto ed è questo che voglio ricordare. Perché anche quando abbiamo fatto esperienze di vacanza con il vostro gruppo abbiamo condiviso questo modo di vivere, abbiamo scommesso su quanto bello fosse conoscersi nella differenza delle nostre vite e delle nostre esperienze per trovare al fondo la fede nell’uomo e in Dio come nostro comune denominatore che vuole essere un punto di partenza nel vivere le relazioni.
E quindi anche un discorso più marcatamente affettivo partiva da queste basi.
Senza di esse le relazioni diventano puro consumismo o mero compromesso.
È quell’amicizia di fondo da cui scaturisce qualcosa di più: a volte il dono reciproco sponsale, a volte una decisione più sofferta forse legata ad una difficoltà nell’avere relazioni più profonde per un’instabilità emotiva o per esperienze negative pregresse, che porta a vivere la vita nella verginità o comunque nella castità o nel tentativo di esse, come punto prospettico di fuga che determina un vivere diversamente le relazioni e le occasioni in un rispetto per l’altro, alla ricerca del vero e non dell’utile per me. Una domanda più profonda su se stessi e sugli altri. O almeno un tentativo, certi però che non saranno i nostri sforzi a salvarci, ma il dono e la grazia.

 

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