Parigi a piedi nudi

fonte immagine: mymovies.it

Paris pieds nus – Francia/Belgio 2016 – di Dominique Abel & Fiona Gordon

Commedia – 83′

Scritto da Emanuele Marazzi

Poche parole ma buone. L’essenzialità della parola a favore della libertà del movimento. È ciò che traspare, un richiamo al cinema di un tempo, a Chaplin e il duo Stanlio e Ollio, a cui gli stessi registi hanno dichiarato di ispirarsi.

Fiona, una bibliotecaria di un paesino in Canada, riceve una lettera dalla zia trasferitasi a Parigi, che le chiede di andare da lei perché teme di essere rinchiusa in una casa di riposo, viene infatti quasi braccata dal personale. Non avendo nessuno a cui chiedere una mano, scrive alla nipote, che si reca immediatamente a Parigi.

Tutto traspira cinema e arte. La macchina di presa è molto statica, i movimenti sono ridotti al necessario, c’è una predominanza di inquadrature fisse più o meno lunghe. Parigi trasforma i suoi ospiti, la commedia dei mimi diventa romantica, quasi in un inseguirsi di stereotipi, iniziati con una visione del Canada come un luogo isolato dal mondo e immerso in bufere di neve continue. L’ironia è quella dei classici, molto fisica più che parlata, alcune scene sembrano estrapolate da film di Stanlio e Ollio.

Un surreale viaggio (come surreali sono i protagonisti, altro punto di legame con la città) attraverso una Parigi moderna ma con un forte legame con il passato nella forma. Fiona e Dom, il barbone di cui la protagonista si innamora si cercano, trovano e perdono tra le vie francesi alla ricerca della zia di lei, che al contempo cerca, trova e si perde. Nell’intreccio dei destini sono coinvolti fisicamente i protagonisti, che si scambiano i compagni di viaggio vicendevolmente. Dom, Fiona, Martha e un cane randagio formano la compagnia perfetta, quasi come un circo itinerante si trovano a fare dei numeri nella città, scambiandosi di posto e ritrovandosi l’un l’altro, fino all’atto finale in cui i tre trovano finalmente Martha sulla cima della Torre Eiffel, dato che sognava di salirci da sempre.

Nell’immenso viaggio onirico e surreale la conclusione è duplice. La prima volta di Martha sulla Torre è anche l’ultima, soddisfatto l’ultimo desiderio può andarsene per sempre. La poesia che pervade ogni angolo, la commedia moderna che diventa quasi film muto, una commistione di generi, vecchi e nuovi, che trova un’alchimia perfetta nella surrealtà del contesto e dei suoi personaggi. Una bibliotecaria sbadata e insicura che probabilmente non ha mai vissuto una grande città, il senzatetto con un diavolo per capello, dinoccolato e con i vestiti palesemente troppo grandi. L’arte e il cinema parigino pervadono anche questo lavoro, che è un frutto, oltre che delle ispirazioni al cinema muto, di Parigi, nella sua essenza.

Il tempo è un altro aspetto interessante. L’alternarsi del giorno e della notte, dei balli alla comicità fisica e surreale scandiscono l’andamento del film, che della concretezza quasi se ne frega. L’unico appiglio alla realtà di tutti i giorni lo dà la zia di Fiona, Martha, che ha un problema reale (la casa di riposo in cui spera di non finire) ma diventa parte integrante del sogno che i protagonisti vivono e in cui si perdono.

Un film ispirato e creativo, non convenzionale. Che fa dell’ispirazione la sua bandiera, e che semina poesia dove mette piede.

Voto: 8

 

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