No Escape – Colpo di Stato

No escape – Stati Uniti/Tailandia 2015 – di John Erick Dowdle

Azione/Thriller – 103′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: mymovies.it)

Di primo acchitto il principale motivo di interesse per No Escape è dato dal fatto che vi troviamo il burlesco Owen Wilson (Jack Dwyer) calato in un inedito ruolo drammatico. Il secondo è vedere i fratelli Dowdle calarsi in un thriller dal retrogusto politico anomalo per la loro produzione tipica, fatta di opere più prossime al taglio horror (Necropolis, Quarantena). Il terzo è ritrovare Pierce Brosnan (Hammond) nei panni di un agente segreto britannico, qualche anno dopo aver figurato nei panni del James Bond al servizio di sua Maestà. Di fatto però nessuno di questi elementi riesce a cogliere realmente nel segno; quel che c’è di più riuscito è la forte carica tragica con cui gli autori riescono a creare un’empatia tra lo spettatore e le bambine della famiglia portata dal tecnico Dwyer in un non meglio identificato paese del Sud-Est Asiatico. Nonostante la narrazione scorra infatti con un’impostazione standardizzata che segue le azioni del protagonista, i momenti più vibranti emotivamente sono proprio quelli in cui gli autori riescono a far emergere il vero e proprio terrore nei visi delle bambine, incapaci di capire le ragioni della violenza che le circonda. L’altro punto forte è la rappresentazione delle scene iniziali di guerriglia tra il popolo e le forze dell’ordine, grazie ad un taglio fotografico e ad un uso dello slow motion non comuni. Oltre a questi elementi di indubbio fascino si deve constatare che i Dowdle pasticciano non poco, mettendo troppa carne al fuoco. È soprattutto il taglio politico a mostrare le maggiori contraddizioni: se è vero che l’opera mette in discussione e condanna le politiche estere speculative dei paesi occidentali nel Terzo Mondo, è altrettanto vero che nello spettatore rimane impressa soprattutto l’efferata barbarie dei rivoltosi. Questi sono ritratti come dei selvaggi assetati di sangue che sembrano più simili ai macellai di Hostel, piuttosto che come degli amorevoli padri di famiglia preoccupati per le proprie famiglie. L’empatizzazione dello spettatore con gli occidentali arrivati per depredare (pur non volontariamente, quanto meno per quanto riguarda Dwyer) è pressoché totale, e il risultato è un effetto di balcanizzazione della violenza a senso unico, in cui l’effetto di criminalizzazione della rivolta è netto. Certamente il tema politico, risolto abbastanza sbrigativamente con una spiegazione posticcia da Hammond in due minuti di dialogo, non voleva essere il motivo centrale dei Dowdle, interessati da sempre con il loro cinema ad approfondire, quasi con taglio antropologico e Hobbesiano, che cosa sia in grado di fare un essere umano spinto in una situazione di estremo pericolo. Di fatto però in questo caso la scelta del soggetto e la caratterizzazione dei personaggi danno un taglio paternalistico e conradiano, in cui alla “barbarie asiatica” e alla mattanza stragistica sembra contrapporsi l’innocenza (Dwyer e la sua famiglia) e l’eleganza (Hammond) degli occidentali. Da notare la tagliente ironia per cui l’ex 007 Brosnan viene ribaltato consapevolmente nei panni dell’agente “cattivo” al servizio dell’imperialismo, così come nel finale, nel quale gli americani trovano rifugio proprio verso i vietnamiti comunisti che nel cinema (come nella politica) statunitense rappresentano solitamente i “Charlie” nemici. Ma al di là di tutto ciò No Escape rimane un film discontinuo, dalla trama esageratamente lineare e con un finale senza troppe sorprese. Un viaggio negli inferi non riuscito in pieno, attraverso cui figurano credibili fino ad un certo punto gli eroismi messi in campo da un modesto e pacato tecnico aziendale. Se fossimo alle prese con le pagelle scolastiche di fine anno diremmo “promosso per un pelo, ma con debito da recuperare a settembre”.

Voto: 5

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