Utøya 22. juli

Utøya 22. juliNorvegia 2018 – di Erik Poppe – drammatico/thriller/storico – 90′Scritto da Enrico Cehovin (fonte immagine: imdb.com)

Dopo il breve prologo fatto da immagini di repertorio sull’attentato di Oslo del 22 luglio 2011, Utøya 22. juli si sviluppa in un unico piano sequenza di 91 minuti di cui 72 ripropongono in tempo reale la strage avvenuta sull’isola di Utøya quello stesso giorno, strage perpetrata da Anders Breivik, un estremista di destra trentaduenne, ai danni di un campo estivo che ha portato all’uccisione di 69 ragazzi.

Una storia che è l’insieme di più testimonianze e che cerca di mantenere il più intatta possibile la drammaturgia dell’evento reale, senza aumentarla e senza diminuirla. Gli eventi però sembrano in certi casi procedere a blocchi, con un nuovo episodio che inizia esattamente nel momento in cui finisce quello precedente facendo purtroppo sentire il peso della scrittura, o meglio dell’imperfetta cucitura della scrittura.

C’è poi da discutere della scelta del punto di vista che da oggettivo statico iniziale e invisibile (lo sfondamento della quarta parete avviene nei primissimi minuti con lo sguardo in camera di una ragazza) diventa una camera a mano che segue pedissequamente la stessa ragazza erta automaticamente a protagonista del film, per poi staccarsi da lei immedesimandosi in una soggettiva in perenne ritardo sulla messa a fuoco, forse proprio per mimare la difficoltà di messa a fuoco degli eventi, e per poi abbandonarla nel tragico finale cambiando per ben due volte, negli ultimi minuti, il soggetto da seguire. Un’arma a doppio taglio che per abbracciare più punti di vista finisce per non abbracciarne nessuno. Ben più rigorosa e giustificata era la soggettiva della videocamera (del) protagonista di Cloverfield, capolavoro del genere al quale è inevitabile pensare e sulla cui falsariga sembra essere strutturato Utøya 22. juli visti anche i troppi, probabilmente non voluti, rimandi (la quiete iniziale prima dell’arrivo dell’incomprensibile, le ombre dietro la tenda, i fumogeni, la ricerca della persona cara, l’ex-fidanzata in uno, la sorella nell’altro, il tragico finale).

Forse il pregio più grande dell’operazione è il genuino desiderio di raccontare al pubblico cosa sia successo quel 22 luglio, desiderio che appare ancor più forte dalle parole del regista Erik Poppe in conferenza stampa alla 68ª Berlinale: il desiderio di far vivere l’angoscia e il terrore dei ragazzi, calcando l’accento sulla percezione del lunghissimo periodo di tempo per cui gli adolescenti non hanno ricevuto sostegno dalle autorità, nemmeno a livello telefonico.

Una storia cumulativa di tutte le testimonianze, una storia di tutti e di nessuno, con un punto di vista che è anch’esso di tutti e di nessuno ma che indubbiamente Erik Poppe ha il merito di tentar di far vivere e che individua, più o meno consapevolmente, la difficoltà di identificare la giusta prospettiva in cui collocarsi per rappresentare l’orrore di un materiale tanto incandescente.

Voto: 6

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