Con il fiato sospeso

locandina-30

Con il fiato sospeso – Italia 2013 – di Costanza Quatriglio

Cortometraggio/Drammatico – 35′

Scritto da Alice Grisa (fonte immagine: mymovies.it)

Stella è una studentessa di farmacia. In fase di tesi comincia a frequentare per molte ore al giorno il laboratorio, trasferendosi dalla provincia a Catania in un appartamento con l’amica-coinquilina Anna. Piano piano però comincia a rendersi conto che qualcosa non va e si chiede, mentre i suoi malesseri aumentano, se l’aria del laboratorio sia tossica. Fino alla tragica presa di consapevolezza. La sua vicenda ricalca la storia di Emanuele, dottorando in Farmacia all’Università di Catania morto nel 2003, di cui è rimasto un memoriale.

I’ve felt the hate rise up in me

 Kneel down and clear the stone of leaves I wander out where you can’t see

Inside my shell, I wait and bleed (?)

Well, I’m a victim Manchurian candidate I have sinned by just makin’ my mind up”

Un’ouverture sul genere Wait and bleed degli Slipknot con musica strong e maschere antigas è la soglia musical-catartica per accedere all’università dell’orrore, perchè Con il  fiato sospeso parla di avvelenamento dell’idealismo tramite vie sconvolgentemente istituzionali. Il documentario della Quatriglio è più viscerale che scientifico (come la canzone degli Slikpnot “Vado dove non puoi vedermi/All’interno del mio guscio, aspetto e sanguino/Me lo tolgo di dosso, ora la luce è più intensa“); c’è un confine cronaca/fantasia ma è fragile e poco conta la demarcazione. Il plus valore è l’apparato simbolico, una rete rifinita di correspondances: rapporti significante-significato coinvolgono le maschere, la musica triste e rabbiosa, le posizioni e le inquadrature e anche, soprattutto, il personaggio di Anna (l’amica della protagonista Stella, ex ricercatrice ora cantante nel gruppo dei Black Eyed Dog) a cui è affidata tutta l’elaborazione artistico-emotiva della vicenda (lei stessa ha abbandonato gli studi di farmacia perchè “amava troppo la chimica e poco l’università”). Terra promessa e strumento di distruzione, il laboratorio universitario rappresenta una piccola asettica Italia che si è ormai accanita in una morsa di autodistruzione. Il guerriero ha perso la sua armatura tra gli scaffali della burocrazia e si rende conto di dover patteggiare con lo status di antieroe; sfrutta tutte le risorse, si spacca mani e cuore per salvare il mondo (o anche per elevare il suo status, la sua carriera in modo meno nobile ma legittimo) e poi è costretto a soccombere. E’ come avere in mano un cubo di Rubik in cui non si riuscirà mai ad avere tutto l’arancio da una parte, il bianco da un’altra e il blu dall’altra ancora: c’è sempre qualcosa che scricchiola in Italia e in un caso come questo il paradosso è l’ambiente di ingegneria della guarigione come portatore di morte. Il fattuale, il fake finzionale (il personaggio di Stella, inventato e interpretato da Alba Rohrwacher, accorpa vicende di persone reali) e il potente apparato visivo-sonoro mescolano i generi documentario, musicale e drammatico in un prodotto innovativo e sperimentalmente ibrido. Stella è inquadrata in primissimo piano e racconta direttamente allo spettatore, come se gli parlasse da solo, nell’intimità di un salotto privato; si parte dalle origini, da una studentessa di media estrazione e con una comprensibile ambizione accademica; si passa dal pendolarismo, dalla vita di università, dai consigli della famiglia, le zucchine e i pomodori nel cestino del pranzo; tutto così semplice, tutto così verosimile. Fino ai malesseri, al turbamento, alla malattia che si riallaccia alla vera vicenda del dottorando Emanuele, la cui voce narrante è affidata a un calibrato Michele Riondino. Il laboratorio è sinistro (la disposizione ricorda alcuni video di Marilyn Manson), E’ malato come un Paese di naviganti, artisti e poeti- che dopo i secoli dei lumi si è ridotto a un bacino di contraddizioni storiche e sociali. Costanza Quatriglio ha creduto tanto in questo progetto da realizzarlo fuori formato (solo 35′ rendono molto difficoltosa una distribuzione nelle sale) e con i mezzi che aveva a disposizione. Non è un film di denuncia (ci tiene a precisare che molti professori hanno lavorato nei laboratori per anni e anni senza mai ammalarsi), non vuole dare risposte ma solo fare delle domande. In attesa della chiusura del caso giudiziario sulle morti sospette a Catania, ci si chiede quali sono, se ci sono, i percorsi di fruibilità di questo buon prodotto che è indispensabile vedere se si ha voglia di riflettere su dove stiamo andando e che genere di problemi interrompono le nostre più o meno pure aspirazioni.

Voto: 8

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