Potiche – La bella statuina

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Potiche – Francia 2010 – di François Ozon

Commedia – 103′

Scritto da Fulvia Massimi (fonte immagine: imdb.com)

1977. Suzanne Pujol-Michonneau, casalinga assai poco disperata, fa jogging tra i boschi e si diletta componendo poesiole mentre il dispotico marito Robert manda avanti l’azienda di famiglia. Quando uno sciopero procura un infarto al reazionario padrone toccherà a Suzanne prendere in mano le sorti della fabbrica, patteggiando coi lavoratori scontenti e portando un tocco femminile e solidale nella gestione degli affari. Fiancheggiata dal Deputato Sindaco Maurice Babin la donna compierà una vera e propria rivoluzione.

Con Potiche – La bella statuina, presentato con successo alla 67esima Mostra del Cinema di Venezia, François Ozon torna alla commedia a otto anni di distanza da Otto Donne e un Mistero, rispolverando lo stile anni ’70 delle pellicole di De Funés e Molinaro e arricchendolo di spunti ironicamente politici.

Liberamente ispirato all’omonima pièce di Barillet e Grédy, il film di Ozon si innesta quasi totalmente sulla irresistibile performance della Deneuve, moglie-soprammobile (il potiche del titolo è un vaso ornamentale) con velleità di comando, i cui comprimari non sono però da meno. Sboccato e insopportabile, Fabrice Luchini tiranneggia moglie, figli e amanti (la fedelissima segretaria Nadège non esiterà a preferirgli la consorte) mentre l’impacciato Gérard Depardieu spera in un revival sentimentale che proprio non s’ha da fare.

Tra stampe kitsch e pantaloni a zampa d’elefante, lo scenario è quantomai surreale e non soltanto nelle ambientazioni: poco interessato ai moventi meramente politici della propria opera, Ozon punta a resuscitare le atmosfere di un genere ormai anacronistico e infondergli nuovo brio ma è impossibile non vedere il macroscopico sottotesto femminista che anima la sua pellicola. Suzanne precorre i tempi (si dimostra favorevole ad anticoncezionali, aborto, finanche all’incesto) e attraverso la sua metamorfosi da borghesotta naïf a rivoluzionaria capitana d’azienda prende corpo la battaglia per l’emancipazione femminile della moglie “cretina”, il cui ruolo non è neanche più quello di madre (l’ambiziosa Joelle le si rivolta contro) e domestica ma solo di orpello decorativo. Il maschio alfa (si fa per dire) riprenderà la sua grigia leadership ma il seme del rinnovamento avrà irrimediabilmente attecchito. La bella statuina, ingioiellata per rendere omaggio agli “amici” del popolo, scenderà dal piedistallo per mettersi al pari del volgo e il suo successo sarà strepitoso.

Dialoghi frenetici ai limiti dell’overlapping e una recitazione sopra le righe ben si sposano con il clima generale di eccesso che gravita sulla commedia. Accecata dalle cromie esagerate e dalle luci dei locali notturni la pantofolaia Suzanne sbaraglia ogni concorrenza, rivelando infine un insospettabile passato e un gusto per il libertinaggio non diverso da quello, tutto maschile, del marito (tra le tante “conquiste” quella, assai velata, di Sergi Lòpez – cameo in camion dopo il ruolo in Ricky Una storia d’amore e li- bertà).

Brillante e sostenuto, il ritmo della commedia si sfalda in un finale alla “volemose bene” con tanto di esibizione canora ma Ozon riesce nel proprio intento, scegliendo di rappresentare un mondo sgargiante e fuori tempo in cui i drammi del reale vengono lasciati fuori dalla porta e nessuno sembra prendersi troppo sul serio.

Voto: 6

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