From Anzasca with love

La salita al bivacco Belloni

Impegnativa “scalata” sotto i ghiacciai del Monte Rosa

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(foto di Francesco Carabelli)

Testo di Francesco Carabelli (introduzione) e Guido Andrea Caironi (escursione)

 

Eravamo giovani, avevamo il futuro davanti a noi, tante possibilità e la voglia di mettersi alla prova e conoscere il mondo.

Era per me il termine del primo anno universitario, altri miei amici avevano completato gli studi superiori, altri erano ancora liceali, ma quelle vacanze resteranno per sempre nei nostri cuori.

Fino all’ultimo eravamo stati indecisi sulla meta, si parlava di ex-Yugoslavia, allora un mondo lontano, appena uscito da una guerra fratricida; poi uno degli amici offrì la sua casa di vacanze in Valle Anzasca, ormai facilmente raggiungibile grazie alla nuova autostrada che dal 1995 collegava Arona a Gravellona Toce.

Erano anni che non ci andava per motivi familiari e la casa necessitava di una pulizia approfondita dei locali e delle stoviglie. Polvere ovunque, addirittura la carcassa di qualche animale selvatico che in quegli anni aveva fatto della casa un suo rifugio.

La casa era in origine un vecchio mulino, di cui rimaneva l’imponente macina che era stata trasformata in un tavolo. Vicino, un corso d’acqua e dei laghetti dove l’acqua stagnava nella sua discesa verso valle e che erano adoperati dalla gente del posto come rudimentali piscine.

Era abbastanza isolata, ci si arrivava solo a piedi e questo complicava il trasporto degli alimenti e di tutto il materiale necessario per un breve periodo di soggiorno: quanta fatica trasportare a casa la stufa a kerosene revisionata o le brandine che dovevano fungere da letti aggiuntivi.

Non c’era il metano per l’acqua calda, ma una caldaia a legna. La corrente c’era, ma l’impianto era molto vecchio, sicuramente da rivedere e ci mettemmo mano sommariamente con le nostre rudimentali conoscenze di fisica imparata al liceo, il primo giorno di permanenza per le pulizie pre-vacanze.

L’ambiente in sé era spettacolare, circondati da una natura incontaminata e selvaggia seppur così vicina alla civiltà. Quante volte avevamo percorso il torrente dietro casa verso le sue sorgenti alla ricerca di nuove strade, uscendo dai percorsi segnalati e sicuri. Qualcuno era incappato in un riccio o in qualche altro animaletto, pungendosi o era scivolato facendosi delle escoriazioni. Ma era il bello dell’avventura!

 

Il piccolo paese aveva tutto l’essenziale: un bar con telefono (i cellulari prendevano male ed eravamo ancora in una fase in cui la rete mobile non ere ancora così estesa capillarmente, sul finire degli anni ’90 del XX° secolo), un piccolo negozio/edicola, un parco con campo da pallavolo, una gigantesca chiesa (la cattedrale tra i boschi), che conservava le spoglie di San Valentino.

Quello che mi colpì all’inizio di quei posti fu il silenzio, interrotto dallo scroscio continuo del torrente vicino e dalla voce di qualche abitante del posto che parlava un dialetto molto simile al nostro lombardo/milanese, ma un po’ più gutturale. Quel torrente mi ricordava casa, abituato al fruscio dei licci dei telai dell’azienda di famiglia, fruscio che accompagnava le mie giornate da tanti anni.

 

Quella che era stata una scelta quasi casuale, divenne una scelta di vita per gli anni a venire e un’esperienza di cui noi amici portiamo ancora un forte ricordo, che diventa spesso argomento di discussione per le tante occasioni e situazioni vissute in quell’angolo di Ossola nel corso delle successive estati.

Quante persone sono passate per quelle mura, quanti amici e conoscenti nel corso degli anni hanno vissuto con noi quelle vacanze.

Era un modo per crescere, prendersi la responsabilità di gestire una casa, fare la spesa, pulire i locali e potare le piante in giardino, per rendere l’ambiente accogliente.

C’erano i rapporti con i vicini, gradevoli pensionati di origine milanese di cui portiamo ancora nel cuore l’ospitalità e la cortesia nei nostri confronti.

In qualche modo questa esperienza ci ha fatto maturare, anche solo per il fatto di mettersi in strada, di fare km e staccarsi dal nostro paese d’origine con mezzi propri, con piena libertà, ma anche con la consapevolezza che questo era un grande regalo che ci facevano i nostri genitori che si fidavano della nostra maturità e la mettevano alla prova.

 

Come non dimenticare le frequenti sveglie all’alba passate in compagnia di un buon libro, magari un Dostoievski, guardando dal balcone il paesaggio delle pinete alpine o dei pascoli e prendendo il primo sole della mattina, mentre i compagni di avventura dormivano ancora pesantemente.

Quante escursioni in valle Anzasca, vicino alla casa o anche più su a Macugnaga, al Monte Moro, alla Zamboni-Zappa, al rifugio Cai di Saronno, sotto la seggiovia che portava al ghiacciaio del Belvedere, o anche in altre valli vicine, al lago dei Cavalli, a Bognanco al rifugio Alpe Laghetto gestito ancora oggi come allora dai con-soci del Cai di Arsago Seprio, o più lontano, la visita al datore di lavoro del nostro padrone di casa, in val Vigezzo o la scampagnata oltre frontiera al Passo del Sempione e a Briga, e oltre, verso la Francia, lungo il corso del Rodano, nel Canton Vallese, per la prima volta a contatto con la Svizzera Francese (o per meglio dire Romanda) a Sierre, piccola e affascinante cittadina attorniata da vigneti e affacciata sul Cervino.

 

C’era il contatto con la gente del posto, che ogni anno organizzava bellissime feste in occasione delle ferie agostane e del Ferragosto con la milizia tradizionale napoleonica che era presenza fissa per le vie infiorate del borgo, con i pifferi che con il loro suono ti svegliavano la mattina e i fucili che sparavano a salve e la tradizionale Messa al Santuario della Gurva.

 

C’erano le nostre infinite grigliate di Ferragosto con una griglia rudimentale costruita con le beole e le piode, trovate qua e là, e i tubi dell’acqua, trovati in cantina, a sostegno.

 

C’erano le serate a Macugnaga per cenare al ristorante o per un salto in sala giochi a giocare a biliardo o a calcetto, mettendo alla prova le nostre abilità di guida in notturna sulle strette e ripide strade della valle.

 

C’erano le serate casalinghe sotto le stelle cadenti di San Lorenzo o quelle chiusi in casa per la pioggia e il freddo davanti ad un bicchiere di vino o di liquore e le infinite partite a carte, mentre la videocamera riprendeva le nostre peripezie e le tramandava ai posteri. Le domeniche dai vicini che avevano la tv via satellite e ci permettevano di non perdere il gran premio di Formula 1, seppure seguito nella versione audio turca su uno sconosciuto canale anatolico.

 

Era un mondo da costruire, era la libertà di muoversi per la prima volta alla guida della propria auto e andare oltre quello che avevamo fatto da adolescenti, ricalcandone in qualche modo i percorsi, per crescere a poco a poco e andare oltre in un mondo che diventava sempre più nostro.

 

Quella valle e quella casa sono cambiate. La casa è stata venduta e ristrutturata perdendo la sua configurazione originale, ma per noi rimarrà sempre il luogo speciale che ci ha resi quello che siamo diventati, meta di pellegrinaggi e luogo del cuore.

 

Anche oggi lascio la parola al mio amico e collega Guido Caironi che ci proporrà un’escursione in questa valle a pochi km dalle nostre case, a molti di noi ben nota e fonte di ricordi di gioventù e, perché no, ancora oggi nostra meta di passeggiate e scampagnate domenicali.

 

 

La salita al bivacco Belloni

Impegnativa “scalata” sotto i ghiacciai del Monte Rosa

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(fonte immagine: gulliver.it)

L’ascesa al Bivacco Belloni offre la possibilità di assaggiare intensamente un po’ di quell’avventura che si nasconde al cospetto della parete orientale del Monte Rosa, una delle pareti più grandi e complesse d’Europa e giustamente una delle porzioni di questo territorio che sanno regalare emozioni a non finire. Il percorso è riservato ad escursionisti esperti, perché si muove su terreno roccioso, anche se non offre alcuna difficoltà di tipo alpinistico, svolgendosi per gran parte su tracce di sentiero e tra massi di roccia. Il Bivacco, proprietà del CAI di Gallarate, e dedicato a Valentino Belloni, caduto durante la Seconda Guerra Mondiale, offre la possibilità di sosta per le impegnative ascese al Piccolo e Grand Fillar, alla Cima Brioschi, allo Jagerhorn e alla Torre di Castelfranco. Èdotato di alcuni posti letto, ma non è gestito, perché è… un bivacco di alta montagna.

La salita permette di gustare appieno le grandi seraccate del Ghiacciaio del Monte Rosa, del Crestone e del Canale Marinelli, come del Crestone Imseng e Zapparoli, in una delle più interessanti vedute di questa magnifica e mastodontica montagna.

Il percorso, è giusto dirlo, non deve essere affrontato dagli escursionisti se è presente neve o ghiaccio.

Dalla frazione Pecetto, di Macugnaga, si può prendere la lunga seggiovia che sale al Belvedere e al locale ed accogliente ristoro-rifugio (1914 m). Scesi dalla già avventurosa seggiovia (due tronconi) è necessario affrontare il tratto più rischioso (se così lo vogliamo definire) dell’intera salita: l’attraversata del ghiacciaio del Belvedere. Proprio di fronte a noi i cartelli indicatori segnalano la discesa dalla morena, che deve avvenire con attenzione perché il terreno è decisamente sdrucciolevole. Giunti alla base della spalla morenica di destra (orograficamente parlando, cioè ponendosi con la propria schiena “a monte”) si attraversa il ghiacciaio: in realtà si pone il proprio piede soltanto su terreno roccioso, cosparso di massi e attraversato da un’esile traccia di percorso, segnalata da numerosi bolli e paline segnavia. Ma ci troviamo sul ghiacciaio, perché al di sotto del fragile stratto detritico si incontrerebbe il ghiaccio vivo: quindi massima attenzione a non uscire dal percorso, camminando soltanto sulla traccia e scorgendo di volta in volta le numerose bandierine di segnalazione.

Giunti sull’altro lato si supera l’alpe Fillar (1974 m) e, lasciato sulla destra il sentiero per il rifugio Sella, tra magri pascoli si prosegue in direzione ovest, sempre guidati dai segnavia. Giunti ai piedi di un canalone percorso da una cascata si piega a sinistra e si risale con fatica la sponda sinistra del canalone stesso, su terreno molto scosceso e a tratti sdrucciolevole. Il sentiero lascia il posto a grandi massi e, muovendosi saltellando (con attenzione), sulle grosse rocce, si sale verso destra, sinistra e ancora destra, portandosi sotto il colorato bivacco, che viene raggiunto in 2 ore e 10 – 2 ore e 30 di divertente salita (2490 m). La discesa si svolge perseguendo esattamente il percorso di salita, non disdegnando l’immensa vista sull’altrettanto immensa lingua glaciale del Belvedere.

 

L’articolo è stato pubblicato sul quotidiano La Prealpina il 1° agosto 2021

 

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