Lettera ad un’amica

fonte: aprilamente.info

Scritto da Francesco Carabelli

Guardo adesso una tua foto. Il tuo sguardo sereno e recettivo, proiettato su un mondo da costruire e da amare, così come hai amato chi ti è stato accanto nel tuo percorso di vita dall’adolescenza alla maturita’.

Tanti piccoli passi, tante scelte meditate, che ti hanno portato ad essere una donna con le sue responsabilità: una famiglia, un marito, un bellissimo bimbo che ha bisogno di te per crescere e diventare uomo.

Ricordo quel lontano luglio di tanti anni fa, quando nel campo di calcio parrocchiale ti presentasti a me come la cugina di una mia amica. Volevi conoscermi, ma probabilmente tramite me volevi conoscere un mio vicino. All’epoca avevi 11 anni, ma già la sicurezza delle tue scelte. Andavi dritta all’obiettivo e non ti facevi intimidire di parlare ad un giovane adulto, quale ero io, allora diciannovenne, quasi pronto a sbarcare dal liceo al mondo universitario.

Negli anni che seguirono, ti vidi spesso, prima con tua madre e il tuo fratellino.

Venivi spesso al mercato davanti casa mia e tua madre parcheggiava la sua auto a fianco. Io molto spesso studiavo all’aria aperta e ti vedevo per brevi momenti con la tua famiglia.

Mi ricordo poi quando tuo padre chiese consiglio al preside per iscriverti al Liceo. Era una domenica di inizio gennaio. Io ero alle prese con le mie prime difficoltà all’università, dopo un primo anno magnifico e intensissimo.

Ti vedevo crescere poco a poco, diventare donna, esprimere te stessa nelle scelte e nelle compagnie.

Ti ritrovai fidanzata di uno dei miei migliori amici.

Io all’epoca ero single, single forzatamente, perche’ non riuscivo a trovare il tempo per una relazione, alle prese con studi, talvolta noiosi ed aridi. Mi rifacevo nella vita di amicizia. I tanti amici in parrocchia e in università, le tante esperienze della gioventu’. Si avvicinava una svolta nella mia vita, che sarebbe maturata due tre anni dopo, ma ancora vivevo nella fragilità di una condizione di innocenza ed entusiasmo.

Eri molto giovane per fidanzarti, ma stavi con un ragazzo che aveva già compiuto 18 anni.

Vi vedevo crescere nel vostro rapporto. Le attenzioni di lui che ti rispettava e voleva farti maturare prima di assumersi la responsabilità di un rapporto di lungo corso.

Non sempre il rapporto, come molto spesso capita, era idilliaco, ma si sa, l’adolescenza e’ fatta di sbalzi di umore, ma mi piace ricordare il bello di quei giorni.

Forse incontrandoti quel giorno di tanti anni fa, mi desti il coraggio per riprendere i rapporti con una mia amica a cui fino ad allora non ero mai riuscito ad esprimere il mio affetto. Ebbi il coraggio di scriverle, di confidarmi. La cosa non portò a nulla. I nostri incontri erano episodici, ma un rapporto vive anche di quello, di speranze ed illusioni, di chiari e di ombre.

In un’altra occasione la tua amicizia fu decisiva. Stavo iniziando una relazione con una ragazza del sud, ero andato con lei in vacanza e nei momenti decisivi di quella breve relazione, tu mi telefonasti, quasi a fare valere la tua presenza, quasi come a dire: pensa a quello che fai, qui c’e’ qualcuno che di vuole bene e ti accetta anche per i tuoi limiti.

Sei sempre stata un’ancora di salvezza, anche quando le giornate erano fonte di stanchezza, non hai mai fatto mancare il tuo conforto, con la tua disponibilità a consolare e ad ascoltare e i tuoi consigli, che talvolta non capivo, ma che erano frutto della tua maturità in campo affettivo.

Mi hai fatto capire tante cose con la tua dolcezza e la tua serenità pur nei momenti difficili, e sono tanti, che la vita ti ha portato ad affrontare.

Certo posso sicuramente dire che con te non ho mai avuto paura, paura di essere me stesso, paura di essere giudicato, paura di dover fingere. Ho sempre creduto nella nostra amicizia. So che non credi più in Dio, ma se c’è una speranza, quella viene dal cuore, dal cuore di uomo che è simbolo di un Altro che si prende cura di tutti noi attraverso coloro che credono in Lui e si prodigano perche’ coloro che soffrono trovino sollievo al loro dolore.

 

Il racconto è stato pubblicato sul Quotidiano La Prealpina il giorno 15 novembre 2021

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