“Bullied To Death” di Giovanni Coda – Oggi, domani e sempre, è il momento di ricordare e lottare perché la società smetta di bullizzare a morte la “diversità”

Italia/USA 2016 – di Giovanni Coda. Documentario sociale, Sperimentale. Durata 72′ .

Prodotto da Labor Cinema e Giovanni Coda – Co-prodotto Atlantis Moon Productions USA. Scritto da Sarah Panatta.

Trovare un angolo, avvolgersi nel buio, dimenticarsi. Identità negate, martoriate, assassinate. Bullizzate fino alla morte, come ci racconta senza veli il regista Giovanni Coda. Morte non solo fisica e prima che fisica, spirituale, mentale, psicologica, morte della volontà, dello spirito, del desiderio, dell’amore per sé stessi. Mentre scriviamo si sta concludendo la settimana dedicata internazionalmente ad atti contro l’odio di “genere”, per educare ad una nuova forma di pensiero sociale la nostra civiltà, ignorante di solidarietà, di eguaglianza e di rispetto, digiuna di diritti e di pace reale. Giovanni Coda lo ha fatto dando un esempio per molti versi unico nell’ampio spettro del cinema indipendente, offrendo la fruizione libera online sulla piattaforma Streeen, per l’intera giornata del 17 maggio scorso, del suo film Bullied To Death progetto cinematografico tra cinema, performance e sperimentazione di linguaggi visivi meta-cinematografici, dalla danza alla fotografia all’installazione, uniti e attraversati, feriti e abbracciati da una cruda, impeccabile, trascinante narrazione documentaristica. Il film apre anche la XXVI edizione del V-Art Film Festival diretto dallo stesso Coda, impegnato da decenni nella difesa dei diritti civili e nella divulgazione delle arti e del cinema come mezzo di comprensione e di dialogo sociale e culturale.

Il film parla con le voci unisone nella sofferenza della solitudine e dell’emarginazione violenta, voci condensate nel fiato dolce e rotto da emozioni indescrivibili, di un ragazzo di soli 14 anni, morto suicida. La sua storia cerca parole giuste per un destino ingiusto, terrificante quanto vero. Si ispira infatti a quella vera di Jamey Rodemeyer, quattordicenne americano, suicidatosi nel settembre del 2011 in seguito ad una drammatica sequenza di gravi atti legati al bullismo scolastico e al cyber bullismo. In un flusso tessuto e insieme scandito di quadri e geometrie distinte e delimitate, e insieme di onde sinuose continuamente accavallate l’una sull’altra, fatte di plastiche e di acqua, di pellicole e di maschere, il film si compone di stanze della mente e di specchi sull’anima, di strade e di spiagge, dove si posano le memorie ultime di ultimi dal mondo offesi, deturpati e obliterati. Giovanissimi, perfino bambini, ma anche adulti, provati da anni di esperienza di torture, denigrazione, vessazione, in una gabbia invisibile per un visibile ma ignorato “fine pena mai”. Omosessuali, transessuali, bisessuali, uomini e donne sull’orlo delle proprie vite, in conflitto e allo stesso tempo alla scoperta della propria anima, del proprio Io, della propria identità di genere, sociale, culturale. Tutti vittima di ripetuti e violentissimi atti di bullismo omo-trans-bifobico, una forma di abuso tanto forte quanto latente, agita sui social media, agita all’uscita di un bar, tra i corridoi di una scuola, tra le mura della propria casa.

Individui ma anche figli, di famiglie, di società, di comunità virtuali e reali che li hanno annichiliti al punto da far perdere in loro la speranza non solo di essere accettati ma anche di accettare sé stessi, di sentirsi appagati, liberi. “Non ho la forza di accettare la vostra violenza” dice Tommy, che preferisce impiccarsi piuttosto che continuare ad affrontare un muro di odio respingente fatto di discriminazione becera, criminosa, continuativa, inestirpabile. Il documentario respira e parla della plasticità impalpabile dei volti e dei corpi, eterei quanto carnali, di quelle figure che moltiplicandosi rappresentano in tanti “diversi” travestimenti e svelamenti chi sono stati, chi non hanno potuto essere, chi saranno, chi hanno combattuto, chi hanno imitato, chi hanno lasciato, i protagonisti della storia infinita che ci racconta con coraggio e poetica sintonia Giovanni Coda.

Una performance lunga un giorno, lunga un film, un intreccio di membra e di simboli, di reliquie e di ex voto, di prospettive e di testamenti, di denunce e di appelli. Perché nessuno mai e mai più debba più sentirsi inadeguato, intrappolato, alienato, o venga ucciso o istigato a togliersi la vita e ancora prima se non ancora peggio, a convincersi che nel mondo non ci sia spazio per la sua vita e la sua identità, che non ci siano spazi e tempi perché possa progettare la propria realizzazione. Che non ci sia spazio per essere liberi. Oggi e sempre Giovanni Coda e i fantasmi sublimi e strazianti del suo film ci dicono di lottare per aprire il cuore e la mente di questa società prepotente, asfittica e auto-fagocitata, consumista e arrivista fino al cannibalismo cieco dell’altro; lottare al loro fianco ma per noi stessi e per i nostri figli, che non siano mai e mai più, bullizzati a morte.

Voto 8

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