Tutta Colpa Di Giuda

Tutta colpa di Giuda – Italia 2009 – di Davide Ferrario 

Commedia/Musical – 102′

Scritto da Alessandro Pascale (fonte immagine: movieplayer.it)

Irena è una regista di teatro sperimentale che accetta la proposta di Don Iridio di allestire in un istituto penitenziario (le Vallette a Torino) una versione della passione di Cristo. Quella che inizialmente sembrava un’esperienza lavorativa, sarà per Irena fonte di grandi cambiamenti nella sua vita, riuscendo a lasciarsi alla spalle la relazione con l’attore Cristiano. Irena troverà molti ostacoli nell’allestire l’opera, dovrà conquistarsi la fiducia dei detenuti, lottare contro la caparbia suor Bonaria ma soprattutto dovrà risolvere il problema più grande; trovare qualcuno disposto ad interpretare Giuda.

Sulla bravura di Ferrario non si discute. Veramente un peccato che uno dei registi più interessanti e visionari del nostro cinema riesca a conquistare così poco spazio nelle sale italiane e nei cuori dei tele-elettori berlusconiani. Eppure il suo tocco, così soffice, delicato, sognante (quanto sopravviveva della magia felliniana nel suo Dopo Mezzanotte…) e appassionato è un dono prezioso, e assai raro nelle moderne generazioni autoriali (Muccino ne sa qualcosa).

Il suo interesse per il sociale lo avvicina a quel filone di registi impegnati emerso negli ultimi anni tra cui spiccano i nomi di Garrone, Sorrentino, Virzì e via dicendo. Tutta colpa di Giuda sarebbe un film meritevole già solo per la tematica che tratta: i carcerati. Non però quelli belli e gloriosi (come il Robert Redford di Brubaker) o dal fascino sinistro e rude (vedi il glorioso Clint Eastwood de Fuga da Alcatraz), bensì quelli brutti, cattivi, ignoranti, rozzi, un po’ maiali e in definitiva individualisti. Una descrizione che il popolo borghese italiano non si rende conto valga in definitiva anche per sé stesso, specie se consideriamo che in fin dei conti a finire in galera sono quasi sempre i capri espiatori, o quelli che non hanno abbastanza soldi per permettersi un qualsiasi Ghedini della situazione.

Quello che Ferrario riesce a fare è qualcosa di preziosissimo: entra nel carcere di Vallette di Torino e riesce a costruire dal nulla un film con una dozzina di detenuti, un cantante a fine carriera (mi perdoni Godano ma finchè non tira fuori un disco decente con i suoi Marlene Kuntz tale lo considererò), e un paio di attori professionisti che sanno il fatto loro (tra cui una piccola collaborazione di Luciana Littizzetto).

Soprattutto a stupire è la ricchezza di dettagli ed elementi che Ferrario riesce a tirare fuori da tutto ciò: i contenuti sociali, con la perenne attualità di certi articoli costituzionali mai attuati, che prevedono il carcere come un luogo di recupero e riabilitazione, non certo di mera punizione disumana. L’idea quindi che chi va in carcere non sia per forza un individuo spregevole o peggiore di tanti altri che stanno fuori dal gabbio. Anzi capita spesso e volentieri il contrario. E la vitalità, l’energia e la capacità di mettersi in gioco mostrata da certi detenuti cozza nettamente con il grigiore quotidiano della liquida routine civile.

C’è poi il nucleo centrale della vicenda: la riflessione sulla Passione di Cristo, con cui si mette in discussione la legittimità stessa del bisogno di un sacrificio, di un’espiazione per far funzionare la società. La similitudine tra Cristo e l’ergastolano e il rifiuto da parte dei detenuti di accettare una storia-società basata sul sacrificio di pochi per il benessere dei molti (nient’altro che il rifiuto dell’ideologia utilitarista) sono espressi con una semplicità disarmante, eppure in una ricchezza del messaggio dirompente. Se non c’è Giuda non c’è sacrificio, e Cristo non deve sacrificarsi. E si può provare a vivere in una società in cui non si cerca di spazzare continuamente i rifiuti sotto al tappeto per nasconderli.

Infine la bravura tecnica e stilistica di Ferrario, con le sue inquadrature ardite, le carrellate limpide, le camere a mano cronachistiche, l’alternanza di di toni (dalla fantasia, alla commedia, al drammatico, alla denuncia politico-sociale, fino al musical) che sembra portare avanti un discorso interrotto a suo tempo molti anni fa: il neorealismo. Un’operazione ambiziosa eppure ben svolta da Ferrario, che i mezzi ce li ha, e le idee anche. Come ciliegina sulla torta abbiamo pure un’incantevole colonna sonora tra cui spicca la sublime Pelle marleniana (non per niente correva l’anno 1994). E che altro serve allora?

Voto: 8

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